giovedì 8 luglio 2010

La rottamazione dell'intelligenza



LA ROTTAMAZIONE DELL’ INTELLIGENZA
Data: Sabato, 15 maggio @ 17:10:00 CDT
Argomento: Italia

DI FRANCO BERARDI BIFO
carta.org

Non bisogna pensare che quello italiano sia un caso isolato, o una controtendenza. La tendenza universale della fase finale della mutazione neoliberista era stata anticipata da Michel Foucault: nelle sue parole deve portare alla formazione del modello antropologico dell’homo oeconomicus. L’espansione delle competenze cognitive sociali per affrontare la crescente complessità del mondo tecnico e sociale, fondamentale nella storia della civiltà moderna, è stata invertita, bruscamente e drammaticamente.

«Tutti devono sapere»
è lo slogan di una campagna di informazione e denuncia sulla riforma Gelmini che partirà a metà del mese di maggio nelle scuole di Bologna. Tutti devono sapere che in Italia si è avviato un processo di smantellamento del sistema di produzione e trasmissione del sapere, destinato a produrre effetti devastanti sulla vita sociale dei prossimi decenni.

Taglio di otto miliardi di finanziamenti per la scuola pubblica mentre il finanziamento alle scuole private viene triplicato. Gli effetti di questo intervento sono semplicissimi da prevedere. La scuola pubblica viene messa in condizioni di agonia, ridotta a luogo di contenimento della popolazione giovanile svantaggiata, consegnata così a un destino di rapido imbarbarimento. Alle scuole private accederanno solo i figli delle classi agiate. Nel frattempo, per completare il quadro, la nuova intellettualità [nella fascia tra i venticinque e i quaranta anni] sta migrando massicciamente verso l’estero. I nuovi intellettuali italiani non sono italiani e soprattutto non vogliono esserlo. Si sta disegnando una situazione dalla quale il paese non si riprenderà né domani né dopodomani, perché la distruzione del sistema pubblico di istruzione e il soffocamento della ricerca non sono fenomeni passeggeri e non sono neppure rimediabili nell’arco di una generazione.

Come può accadere una cosa di questo genere? Per chi, come me, è abituato a ragionare nei termini marxisti dell’analisi di classe, per chi si è abituato a pensare che viviamo in una società capitalistica in cui c’è una classe – la borghesia proprietaria – che trae il suo profitto presente e quello futuro dallo sfruttamento delle energie fisiche e mentali della società, quello che sta accadendo è incomprensibile. Il capitalismo italiano sta distruggendo il suo stesso futuro, non soltanto il futuro della società. Ma forse proprio qui sta il punto che sfugge alla nostra analisi: la borghesia non esiste più, il capitalismo borghese non esiste più. La rendita finanziaria non fonda più le sue fortune sul rapporto referenziale con l’economia reale. Non vi è più alcun rapporto tra aumento della rendita e crescita del valore socialmente disponibile. Da quando la finanza si è autonomizzata dalla sua funzione referenziale, la distruzione è diventata l’affare più redditizio per il ceto post-borghese che si è impadronito delle leve del potere. Un ceto post-borghese che potremmo definire ceto criminale, dal momento che la genesi del suo potere è essenzialmente legata alla illegalità, alla violenza, alla manipolazione.

Quello italiano è senza dubbio un quadro estremo, se comparato al quadro europeo. Pur avendo umiliato il sistema educativo francese sul piano politico e culturale nel 2009, poi nel 2010 Nicholas Sarkozy ha investito una somma notevole sulla ricerca pubblica, mentre in Italia la ricerca pubblica viene avviata all’estinzione. A livello europeo stiamo assistendo a un’intensa lotta tra la borghesia capitalista, che permane dominante in gran parte del nord protestante, e la classe criminale che si sta impadronendo del potere nei paesi barocchi, anzitutto l’Italia. La crisi dell’Unione europea è anzitutto il segnale di questa guerra, il cui esito al momento non è scontato.
Ma non bisogna pensare che quello italiano sia un caso isolato, o una controtendenza. La distruzione del sistema pubblico di formazione è una tendenza universale della fase finale della mutazione neoliberista, quella che Michel Foucault ha anticipato nel seminario del 1979 [pubblicato col titolo «Naissance de la biopolitique»], quella che nelle sue parole deve portare alla formazione del modello antropologico dell’homo oeconomicus.

L’espansione delle competenze cognitive sociali per affrontare la crescente complessità del mondo tecnico e sociale, che è stata fondamentale nella storia della civiltà moderna, è stata invertita, bruscamente e drammaticamente. La nuova dinamica del capitalismo finanziario criminale non prevede il futuro, non lo immagina, non lo vuole e non lo prepara. Non a caso è un potere essenzialmente gerontocratico, anche se la sua ideologia è giovanilistica. Il fascismo futurista del Novecento era una forma di giovanilismo aggressivo di giovani che scalpitavano per raggiungere il potere. Il fascismo post-futurista di oggi è invece un regime giovanilista dei vecchi.

Il ceto nichilista che si è impadronito del potere in Italia [ma non solo in Italia naturalmente] si muove lungo le linee di una consapevolezza inconfessabile: la civiltà umana è destinata a finire con noi, entro le condizioni del capitalismo non esiste più la possibilità di vita civile. Dunque appropriamoci in maniera frenetica del valore che proviene dalla demolizione di ciò che le generazioni moderne di proletari e di borghesi hanno prodotto, a cominciare con la cultura, la scienza, il sapere. Negli anni ottanta e novanta la dinamica del capitalismo globale si accompagnava alla diffusione di nuove scuole, nuovi comparti della formazione, in gran parte legati allo sviluppo delle nuove tecnologie digitali. Impresa dinamica e lavoro cognitivo si trovarono alleati, fino all’esperienza culturale ed economica delle «dot.com», le piccole imprese ad altissimo investimento cognitivo sostenute dall’azionariato privato e dall’intervento pubblico. Negli anni novanta il cognitariato si formò come classe post-operaia, proprio nell’incrocio tra dinamiche finanziarie [venture capital], dinamiche culturali [net-culture] dinamiche tecnologiche [la rete].

Questa classe virtuale post-operaia, dai contorni labili e dall’esistenza precaria, nucleo sociale decisivo dell’insorgenza anticapitalista che ebbe inizio a Seattle, per alcuni anni attraversò la storia del mondo come ultimo appello alla coscienza etica del genere umano. Ma il movimento non riuscì mai a uscire dai confini dell’etica, per farsi trasformazione della vita sociale quotidiana, autonomia solidale capace di sottrarsi all’abbraccio mortifero dei media dominanti e del ricatto precario. Nel frattempo, infatti, nella sfera del lavoro cognitivo si era consolidata un’idea meritocratica del reddito, una percezione competitiva e non solidale del mercato del lavoro. Sta qui la debolezza del cognitariato, costretto alla condizione del lavoro precario, e incapace di produrre comportamenti collettivi di autonomizzazione nella vita quotidiana.

La Carta di Bologna, che nel 1999 venne approvata dai rappresentanti dei sistemi educativi dei paesi europei, segnò l’imposizione definitiva del modello aziendale alla scuola pubblica europea, e avviò un processo di immiserimento e di frammentazione dei saperi, che corre parallelo alla precarizzazione del lavoro scolastico e universitario, alla drastica riduzione del salario-docente, soprattutto nella sfera universitaria. Il crollo azionario della primavera 2000 segna l’inizio di un vero e proprio smantellamento della forza sociale del cognitariato, cui il cognitariato non seppe opporsi. Nel 2001 Christian Marazzi scrisse un articolo dal titolo «Non rottamiamo il general intellect». Proprio questo invece è accaduto: la rottamazione del «general intellect» è stato il processo che il ceto criminale post-borghese ha messo in moto fino dai primi anni del decennio 2000.

Un ceto criminale si impadronisce del mondo nel primo decennio del 2000 – Cheney e Bush ne sono i rappresentanti americani, Putin, il Kgb, Gazprom in Russia, Fininvest-Mediaset in Italia, per non citare che i più illustri esempi di questo ceto che non è più definibile borghese, perché non fonda più la sua ricchezza sullo sfruttamento regolato di una classe operaia territorializzata, ma sull’arbitrarietà di un comando che si esercita sull’aleatorio dello scambio linguistico, sul raggiro, sulla simulazione e infine sulla guerra. Questo ceto criminale persegue una politica di distruzione accelerata della civilizzazione sociale. La borghesia investiva sul lungo periodo, sul territorio, sulla continuità di una comunità laboriosa e consumatrice. La classe del capitale finanziario non ha alcun interesse al futuro della comunità, del territorio. Una delle attività finanziarie più lucrose diviene proprio quella dello smantellamento, della messa in fallimento, della smobilitazione di nuclei di intelligenza collettiva.

La distruzione del sapere sociale è un affare che rende bene al ceto criminale. Quegli otto miliardi che il governo Berlusconi ha risparmiato distruggendo il sistema della scuola pubblica finiranno nelle tasche capienti del ceto cadaverico, mentre il business della scuola privata si ingigantisce.

Esiste una via d’uscita dalla dittatura dell’ignoranza? Per il momento non la vediamo. Come dice Mark Fisher nel suo «Capitalist Realism»: «Gli studenti inglesi sembrano rassegnati al loro fato. Ma questo non è un problema di apatia, o di cinismo, ma di impotenza riflessiva. Sanno che le cose vanno male, ma soprattutto sanno che non possono farci niente. Questa loro consapevolezza non è una osservazione passiva di uno stato già esistente delle cose. È una profezia che si autorealizza».

Franco Berardi Bifo
Fonte: www.carta.org
Link: http://www.carta.org/rivista/19534
14.05.2010

uscito su Carta n. 15 del 7 maggio 2010


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Fine di un'epoca



E' il 12 dicembre del 1969, alle 16 e 37 esplode una bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano, è venerdì e la banca è ancora aperta (contrariamente agli orari ufficiali), per consentire agli agricoltori venuti dalla provincia di concludere le contrattazioni nell'atrio; il bilancio è di 16 morti e 104 feriti.
Altre tre bombe esplodono poi a Roma, ma qui senza vittime; una quinta viene trovata a Milano nella sede della Banca Commerciale e viene fatta esplodere dagli artificieri.

Da qui iniziano i confusi anni '70 all'insegna di "trame eversive", piste rosse, nere, anarchiche, attentati, omicidi e rivendicazioni; ma questa è un'altra storia.

Angeli del fango



La cosa notevole dell'evento fu la mobilitazione spontanea di migliaia di ragazzi (angeli del fango) venuti da tutta Europa a portare il loro aiuto in un periodo in cui i media accusavano i giovani di non volersi integrare nella società (dei consumi).

L'unico aiuto finanziario del governo fu una somma di 500mila lire ai commercianti, erogata a fondo perduto e finanziata con il solito sistema dell'aumento del prezzo della benzina (10 lire al litro; accisa ancora presente). La FIAT ed altre case automobilistiche offrirono a chi aveva perso l'auto uno sconto del 40% per comprarne una nuova e una "supervalutazione" di 50mila lire per i resti della macchina alluvionata. Un grande merito nell'opera di sensibilizzazione si dovette ad un documentario del regista fiorentino Franco Zeffirelli, che comprendeva un accorato appello in italiano dell'attore inglese Richard Burton.

lunedì 5 luglio 2010

Vacanze milanesi



Gli anni sessanta segnano anche la dismissione pressoché definitiva degli idrovolanti, cui erano destinati gli idroscali.

martedì 22 giugno 2010

Consumi giovanili



anche quando oggi scaricano musica dai circuiti P2P, i giovani non fanno che perpetuare la loro dipendenza dall'industria dell'intrattenimento.

Oggi il disagio giovanile si esprime anche in modi autodistruttivi:
In una serata beve in media 4 bicchieri di cui 1,5 di breezer o aperitivo alcolico, 1,5 di birra e 1 di superalcolico; è questo l'identikit del ragazzo medio italiano tracciato dal Progetto "Il Pilota" realizzato nelle discoteche dall'Osservatorio Nazionale Alcol dell'Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con la Società Italiana di Alcologia. E le cose non vanno meglio per le ragazze che consumano 3 bicchieri in media, appena uno in meno dei coetanei, di cui 1,2 di breezer o aperitivo alcolico, 1,1 di birra e 0,7 di superalcolico.
Nel corso dell'Alcohol Prevention Day 2008 sono stati presentati i risultati dell'indagine che hanno esaminato i consumi dei giovani in una serata tipica; in media il 35,7% dei giovani dichiara di consumare 1-2 bicchieri; il 27,8% da 3 a 5 bicchieri e il 20% circa beve oltre 6 bicchieri in un'unica occasione, ubriacandosi.
Il fenomeno del bere a rischio presenta i suoi aspetti più preoccupanti nell'identificazione di una quota rilevante (pari al 67%) di giovani al di sotto dell'età legale che riceve e consuma in una serata tipica quantità significative di tutte le bevande alcoliche; la tipologia di consumo prevalente, la più frequente è quella di consumo superiore alle due unità (due drink), modalità seguita dal 25% dei ragazzi e da ben il 31% delle ragazze. Anche per i giovani di età superiore ai 15 anni la modalità di consumo prevalente in assoluto è il consumo di quantità superiori alle due unità, tipologia di consumo seguita dal 46,8% dei ragazzi e dal 30,6% delle ragazze.
Tutte le bevande alcoliche, come precisa il rapporto, giocano il loro ruolo nel determinare i consumi a rischio. E sono soprattutto i minori ad eccedere in breezer/cocktail alcolici e birra sia i ragazzi che le ragazze; tra queste ultime le consumatrici a rischio sono inaspettatamente più numerose che tra i coetanei.
Il picco di prevalenza dei consumatori a rischio si verifica tra i 19-24enni per poi diminuire oltre i 25 anni per entrambi i sessi; è nel corso dell'intero decennio 13-24 anni che si registrano parallelamente gli esiti fatali e non fatali conseguenti ai più elevati livelli di rischio alcol correlato per i giovani, come dimostrato dal fenomeno delle morti del fine settimana.
"Quantità non trascurabili" afferma Emanuele Scafato, Direttore dell'Osservatorio Nazionale Alcol dell'Istituto Superiore di Sanità, "in particolare se riferite agli adolescenti e assolutamente ingiustificabili riguardo ai minori, anche tenuto conto che i consumi al di sotto dei 15 anni dovrebbero essere pari a zero litri entro il 2010 quale obiettivo in cui si sono impegnati tutti gli Stati Membri del WHO".
"Obiettivo arduo da raggiungere considerato il fallimento parlamentare delle proposte di misure orientate alla tutela dei minori e che miravano ad impedire la vendita ai minori e ad innalzare l'età minima legale a 18 anni così come peraltro sollecitato dal Parlamento Europeo; misure che vedono in una resistenza culturale oltre che di valenza economica la vera causa del diniego di quanto sarebbe necessario per invertire una tendenza che invece è destinata ad incrementarsi".
Che cosa può convincere i giovani a non bere? "Un premio consistente" è la risposta che i ragazzi hanno dato agli esperti del progetto dell'ISS "Il Pilota".
Si fanno, oggi, numerose iniziative rivolte al "Guidatore Designato" per ridurre la mortalità tra i giovani, il pilota, il "sobrio espiatorio" predestinato al trasporto sicuro a casa di compagni alticci. "E' piuttosto scarsa la cultura italiana della valutazione dei programmi di prevenzione" commenta Scafato "e poche sono le esperienze che abbiano fornito, come ha fatto l'ISS, una validazione che ne attesti l'efficacia; ciò nonostante intorno al volante si affollano oggi tanti differenti tipologie di "piloti" che rischiano stoicamente di andare incontro ad un incidente a causa di un ubriaco un macchina". "Un braccialetto al polso non dona purtroppo l'immortalità" continua Scafato "e a nulla serve se anche chi sta con il pilota in macchina non ne segue l'esempio."
Infine, "coordinare e ottimizzare i finanziamenti, evitando duplicazioni armonizzando i modelli di intervento con quelli validi, dotati di provata efficacia è un requisito auspicato dall'OMS, dal Parlamento Europeo ma tenuto in povero conto dalle esperienze nazionali".Ma per risultare efficaci bisogna anche conoscere quali sono le motivazioni che potrebbero spingere un giovane a non bere. "Come ricercatori avevamo immaginato motivazioni piuttosto inconsuete ma i giovani ci hanno stupito. Quando, alla seconda edizione del Progetto "Il Pilota" abbiamo voluto chiedere ai ragazzi nelle discoteche "Cosa potrebbe spingerti a non bere per tutta la serata ?", le risposte fornite sono state le seguenti:
Un premio importante per chi rimane astemio 74%. Partecipare a un Programma Televisivo/Reality Show 70%. Il fatto di avere la responsabilità di portare a casa gli amici 58%. Le pressioni del partner/degli amici 44%. Il divieto di servire alcolici all'interno dei locali notturni 31%. Controlli della polizia 23%. Niente 18%. Una campagna pubblicitaria 14%. Altro/Non saprei 7%. Il Pilota si è trasformato in un Reality Show nel corso del 2007 e ha premiato i piloti in maniera tangibile: una macchina, una moto, una crociera. Il Pilota riparte a maggio.

sabato 29 maggio 2010

La scuola facile

Uno dei luoghi comuni che circolano sul '68 è che abbia aperto la via alla scuola facile, prima di azzardare una valutazione, mi pare opportuno fare una valutazione, puramente quantitativa, basata su dati CENSIS, della composizione della popolazione scolastica negli anni '60.
Partiamo da una visione di insieme, analizzando la tavola dei flussi scolastici:


vediamo che i 950.000 alunni iscritti alla prima elementare nell'anno scolastico 1953/54, sono
rimasti 518.00 iscritti in prima media (il 54%); completano le medie, tre anni dopo, in 330.00 (il 63% di quanti le avevano iniziate) e si iscrivono alle superiori in 282.00 (circa 3 su 10).
Vale a dire che negli anni '50 si assisteva ad una forte selezione, alla quale si cercherà di rimediare con la istituzione della scuola media unica e la soppressione del c.d. avviamento professionale.
Nella tabella potete trovare anche la suddivisione per ordini di scuola in cui si distribuivano questi 282.000 iscritti, ma andiamo avanti e vediamo quanti sono rimasti 5 anni dopo i diplomati:
il 52%, praticamente dimezzati con le maggiori percentuali di abbandono negli Istituti Tecnici
Industriali.
Licei a parte, le altre scuole rilasciavano un titolo già professionalizzante ed ecco quindi l'anno scolastico successivo presentarsi come matricole all'Università in 119.800, una percentuale piuttosto alta circa l'80%, nella speranza di conseguire un titolo di studio superiore, favoriti anche dal fatto che, per i meno abbienti, c'era la possibilità del presalario, che, per i fuori sede, arrivava a L.500.000 (il costo della Fiat 500 di allora).
Se analizziamo le provenienze degli iscritti vediamo che la maggioranza proviene dal liceo classico, che poteva accedere (essendoci un esame serio) a tutte le facoltà universitarie; seguono i commerciali (che di solito si iscrivevano a economia e commercio); le magistrali, che col diploma quadriennale potevano accedere solo a Magistero); il liceo scientifico (che poteva accedere a tutte le facoltà, ad eccezione di Lettere); i geometri, che di solito si iscrivevano ad Ingegneria e i diplomati dei tecnici che sceglievano la facoltà a seconda della specializzazione conseguita.



Ecco quindi le distribuzioni reali dell'anno accademico 1966/67 (vi consigliamo di scaricare l'immagine ingrandita dal sito) delle matricole italiane; personalmente trovo abbastanza sorprendenti le elevate percentuali degli iscritti ad\Economia e commercio e Magistero, ma quest'ultima era una scelta obbligata per i maestri che volevano una laurea e ad economia si iscrivevano anche molti geometri.
Ed infine l'ultima tabella ci fornisce i valori assoluti dei laureati in corso, al termine del regolare
curriculum di 6 anni per medicina, 5 per ingegneria, 4 per le altre lauree



Concludendo, solo il 52% degli iscritti si è laureato nei tempi tecnici previsti e questi 62.300 laureati costituiscono il 6.5% degli iniziali 950.000 nati nell'immediato dopoguerra.

Quindi, visto che siamo arrivati al 1970, si deduce che la riforma dell'esame di maturità, introdotta in via sperimentale nel 1969 e che durerà fino agli anni '90, non aveva potuto ancora incidere nel limitare la selezione scolastica.

lunedì 17 maggio 2010

Le parole e le cose

Nel corso delle ricerche per scrivere questo blog, mi è capitato di cercare in Internet termini che io ricordavo, ma che la "rete" dimentica; il che ammonisce su quanto sia importante conservare la memoria e anche i libri e altro materiale cartaceo come fonte alternativa al web.
Ovviamente tali dimenticanze sono volute e vi cito alcune parole, invitandovi a compiere voi stessi una ricerca:

-presalario;
-scala mobile;
-statuto dei lavoratori;
-sistema sanitario nazionale.

Parole che segnano anche una conquista ottenuta dalla mobilitazione popolare degli anni sessanta e settanta e che "lorsignori" si stanno riprendendo con gli interessi ,dagli anni '80 in poi, regalandoci in cambio (come le perline agli amerindi) tanti bei gadget tecnologici.

Aggiungeteci anche l'abolizione di fatto delle pensioni e lo slittamento verso forme privatistiche di tutto quello che finora è stato pubblico (e gratuito) e considerate se sia tanto conveniente per noi europei il modello anglosassone.


Fahrenheit 451 è un film del 1966 diretto da François Truffaut, tratto dall'omonimo romanzo distopico di Ray Bradbury.



Incontreremo una gran quantità di persone sole e sofferenti nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.