mercoledì 29 dicembre 2010

martedì 30 novembre 2010

Rock Around the Screen

 

Dai Beatles agli Stones, passando per The Boss: ci sono i monumenti del rock sullo schermo del Cinema Lumière per la retrospettiva musicale Rock Around the Screen.
Primo appuntamento mercoledì 1° dicembre, alle ore 22.30 al Cinema Lumière, con The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town, testimonianza delle prove e delle registrazioni effettuate da Bruce Springsteen tra il 1976 e il 1978 e che il regista Thom Zimmy ha appena presentato al Festival Internazionale del Film di Roma.
Secondo appuntamento giovedì 2 dicembre, questa volta alle ore 20.45, sempre al Cinema Lumière: una serata tutta speciale, dedicata ai Fab Four.
Una mostra di memorabilia nel foyer del Lumière, poi il concerto della tribute band The Shout, prima di passare alla visione di Nowhere Boy, viaggio a ritroso firmato da Sam Taylor Wood nella Liverpool del 1955, alla ricerca delle origini di John Lennon, e in uscita venerdì 3 dicembre, distribuito da 01 Distribution.
A presentare la serata di giovedì 2 dicembre, ci sarà un beatlesiano d’eccezione come Red Ronnie.
Lunedì 6 dicembre il testimone passa invece ai Rolling Stones (ore 22.30, Cinema Lumière): in programma Stones in Exile, nuovo documentario di Stephen Kijak sulla registrazione (in Costa Azzurra) dell’album Exile on Main Street.
Due pezzi d’epoca di marca beatlesiana invece per chiudere la rassegna, entrambi firmati da Richard Lester: giovedì 9 dicembre, alle ore 22.15, è in programma Come ho vinto la guerra – How I Won the War (1966), mentre venerdì 10 dicembre, alle ore 22.45, vedremo Tutti per uno – A Hard Day’s Night (1964).
Mercoledì 1° dicembre, ore 22.30, Cinema Lumière
THE PROMISE: THE MAKING OF DARKNESS ON THE EDGE OF TOWN (USA/2010) di Thom Zimny (85’)
Reduce dal successo di Born to Run, Springsteen inizia a scrivere i testi di circa settanta canzoni. Un nuovo capolavoro è alle porte, Darkness on the Edge of Town. Nella convinzione di ricostruire un processo creativo irripetibile, il pluripremiato regista Thom Zimny, assembla le prove e la registrazione, tra il 1976 e il 1978, di uno degli album più importanti della storia della musica: raramente le immagini hanno testimoniato con tale schiettezza ed evidenza il lavoro di un artista così assorbito dalla propria musica.
In collaborazione con il Festival di Roma
Giovedì 2 dicembre, ore 20.45, Cinema Lumière
NOWHERE BOY (GB/2009) Sam Taylor Wood (96’)
Liverpool 1955: John Lennon è un quindicenne ribelle e intelligente, assetato di vita con una famiglia in cui abbondano i segreti e due donne in conflitto. L'inquieto adolescente si rifugia nel nuovo ed eccitante mondo del rock, dove il suo genio immaturo incontra la sua anima gemella in Paul McCartney. Ritratto di un'artista da giovane, biopic musicale di formazione con cui Sam Taylor Wood, al suo esordio nel lungometraggio, ricostruisce fedelmente il background emotivo e la genesi di un mito del Novecento.
Introduce Red Ronnie
A seguire esecuzione musicale di una Beatles Tribute Band
Dalle 19.30, nel foyer, mostra di ‘Memorabilia Beatles’
Lunedì 6 dicembre, ore 22.30, Cinema Lumière
STONES IN EXILE (USA-GB/2010) di Stephen Kijak (61’)
I Rolling Stones all’apice del successo devono abbandonare l’Inghilterra per motivi fiscali e si rifugiano in una villa sulla Côte d’Azur, dove avrà luogo la travagliata registrazione di uno degli album più belli e poco fortunati della loro produzione, Exile on Main Street. Il documentario ne ripercorre, attraverso materiale inedito, interviste ai protagonisti e a coloro che furono testimoni dell’evento, le tappe salienti. Per gli amanti del rock, un film da non perdere.
Versione originale sottotitoli italiani
Giovedì 9 dicembre, ore 22.15, Cinema Lumière
COME HO VINTO LA GUERRA (How I Won the War, GB/1966) di Richard Lester (109’)
La curiosità di John Lennon per il cinema lo indurrà a cimentarsi nella recitazione, nei panni di un giovane soldato della Seconda Guerra Mondiale che riesce a sovravvivere a molte avversità. Una riuscita commedia satirica antimilitarista, dal sapore surreale, firmata da Richard Lester, che prefigura l’attività di pacifista che di lì a poco Lennon intraprenderà insieme a Yoko Ono.
Venerdì 10 dicembre, ore 22.45, Cinema Lumière
TUTTI PER UNO (A Hard Day’s Night, GB/1964) di Richard Lester (87’)
Il film riflette la vitalità della swinging London e ironizza sul fenomeno della beatlemania: i Fab Four sono seguiti dalla mdp durante il movimentato trasferimento in treno da Liverpool a Londra, dove devono andare a registrare un concerto per la tv. Con grande disinvoltura Tutti per uno cambia registro, alternando uno stile semiserio a uno comico da slapstick comedy, adottando un taglio dal semi-documentaristico al musical. Nonostante l’eseguità del plot e il dialogo essenziale, vi è nella pellicola un equilibrio perfetto e un gusto cinéphile, denso di citazioni, dai fratelli Marx a Charles Chaplin.

giovedì 25 novembre 2010

Il primo premio si chiama Irene


Renzo Ragazzi:
il cinema a tutti i costi
a cura di Paolo Micalizzi
6-7 dicembre 2010
Sala Estense, Piazza Municipale, 14, Ferrara
Lunedì 6 dicembre
Ore 20.30 Presentazione del volume:
“Renzo Ragazzi: il cinema a tutti i costi”
Interventi di:
Paolo Micalizzi, autore del volume
Massimo Maisto, Vice sindaco e assessore
alla Cultura
Rossella Ragazzi, figlia di Renzo Ragazzi
Ore 21.00 Proiezioni:
“Amarcord Ferrara 1940-1960:
Renzo Ragazzi” (48’)
“Mostar 1995; Macerie Paure Giochi”
(1995, 30’)
“Il primo premio si chiama Irene”
(1969, 97’)
Martedì 7 dicembre Ore 17.00
Intervento di Paolo Sturla
Ore 17.15 Proiezioni:
“Sulla antica via dei Re” (1978, 77’)
“Aereo e pittura” (1987, 26’)
“I mustri” (1960, 12’)
“Possessione Cantelli” (1962,12’)
Ore 20.30
Intervento di Massimo Sani
Ore 20.45 Proiezioni:
“Giuseppe di Vittorio - una vita di lotta”
(1987,53’)
“Anna giorno dopo giorno” (telefilm, 45’)
“Un vescovo, una città: Salvatore Pappalardo”
(1984, 40’)
“Cesare Zavattini vivo” (1995, 30’)
Ingresso gratuito

martedì 26 ottobre 2010

Il gruppo '63


Il Gruppo '63 si riunì la prima volta, dal 3 all'8 ottobre del 1963, presso l'Hotel Zagarella a Solunto, a pochi chilometri da Palermo, dove giunsero una trentina di scrittori e critici la maggior parte proveniente dal Verri al quale si erano aggiunti altri intellettuali finora non appartenenti a nessun schieramento.

All'incontro di Palermo erano presenti anche alcuni scrittori provenienti da Officina e dal 'Menabò.

Parallelamente alle letture e alle discussioni sui testi del gruppo, si svolse al Teatro Biondo uno spettacolo costituito da brevi testi teatrali, messi in scena da Luigi Gozzi e Ken Dewey. Fra gli autori, Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Alfredo Giuliani, Alberto Gozzi, Germano Lombardi, Elio Pagliarani. Da ricordare l'interpretazione di due attrici che si sarebbero affermate negli anni seguenti, Piera Degli Esposti e Carmen Scarpitta....

Potete scaricare qui un ricordo di Umberto Eco


mercoledì 29 settembre 2010

Uomini e lavoro alla Olivetti

video

In un precedente post abbiamo parlato dell'utopia olivettiana; il link del titolo fornisce aggiornamenti sul triste epilogo della vicenda.

Il video è estratto da un intervento di Francesco Novara, collaboratore storico di Adriano Olivetti, invitato dall' Università di Bologna il 1° dicembre 2004 (Novara è morto nel gennaio 2008).

Anche alla edizione 2010 del festival della letteratura di Mantova si sono potute ascoltare le voci di molti dei protagonisti di quella irripetibile età.

A chi volesse saperne di più, suggeriamo:

Uomini e lavoro alla Olivetti, F.Novara e altri (a cura di), Euro. 25,60

Ordina da IBS Italia

giovedì 16 settembre 2010

Modena e l'Italia del boom


Il 17 settembre 2010, presso l'ex ospedale Sant'Agostino, il Fotomuseo Giuseppe Panini inaugura Anni '60 Modena e l'Italia del boom, oltre 100 foto degli anni Sessanta: scatti che riflettono una stagione cruciale della storia d'Italia;
un decennio che fra tutti è forse il più presente nell'immaginario collettivo per la densità degli eventi.

La rassegna, realizzata dal Fotomuseo Giuseppe Panini di Modena, a cura di Stefano Bulgarelli, in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, è allestita nei rinnovati locali dell'ex ospedale Sant'Agostino e sarà aperta al pubblico da venerdì 17 settembre a domenica 14 novembre, nell'ambito del festivalfilosofia, che avrà quest'anno per tema la fortuna; ed è proprio quest'ultima al centro di alcune sezioni della mostra. Tra le fotografie esposte, realizzate dai maggiori studi fotografici di Modena e attualmente custodite negli archivi del Fotomuseo Panini, sono anche presenti degli scatti realizzati dai fotografi Franco Vaccari, Franco Fontana e Beppe Zagaglia, oltre che da significativi fotoamatori modenesi attivi in quegli anni.
La mostra intende offrire uno spaccato della Modena negli anni Sessanta, caratterizzata prima di tutto dal boom economico, sempre più diffuso grazie all'aumento dell'industrializzazione, che significa occupazione e conseguente benessere alla portata di tutti. Elettrodomestici, automobili, televisioni, giradischi e libri tascabili, entrano definitivamente nelle case degli italiani e modificano gli stili di vita. È l'Italia che si sposta sulla nuova Autostrada del Sole, dei grandi esodi estivi e che davanti alla TV segue i fatti più tragici ed euforici del periodo, come l'uccisione di J. F. Kennedy e lo sbarco dell'uomo sulla Luna, che Modena vive da protagonista e in maniera partecipativa. Le fotografie esposte parlano di tutto questo, così come della nuova immagine che negli anni 60 si ritagliano i giovani, che diffondono la nuova moda, la musica beat (di cui la città emiliana è stata capitale grazie alla presenza di gruppi come i Nomadi e l'Equipe 84), fino alla volontà estrema di rompere col sistema anche attraverso il viaggio verso l'oriente. Sono sempre i giovani che organizzano cortei di protesta (per il diritto allo studio e per la fine di tutte le guerre, tra cui quella in Vietnam, che scotta di più) e che nel cosiddetto "autunno caldo" del 1969, marciano assieme agli operai, scesi nelle piazze e nelle strade per la difesa del posto di lavoro. L'aggregazione collettiva è visibile anche attraverso lo sport, tra cui spicca il calcio, che diviene sempre più un fenomeno di massa.
Ancora le fotografie testimoniano il modo in cui le istituzioni pubbliche locali si sono mosse per diffondere un innovativo welfare state, rivolto ai cittadini attraverso servizi e politiche sociali, al fine di creare le condizioni idonee all'incremento economico del territorio. In questo modo si spiega la nascita dei "villaggi artigiani", di scuole e istituti professionali che educavano giovani specializzati in ambito industriale e commerciale, dei quartieri popolari, delle biblioteche e della cultura in genere, anche attraverso l'arte contemporanea e i festival del libro economico, che diffondeva la lettura nelle case e nelle fabbriche.

Attraverso tutto ciò, si interpreta simbolicamente un'altra immagine drammatica del periodo: in quello stesso autunno 1966 che ha visto l'alluvione a Firenze, si allagarono le campagne modenesi, provocando un vasto numero di danni. Ancora, un richiamo ad un argomento tristemente attuale, al punto che le fotografie che si presentano rimandano immediatamente alle calamità naturali che in questi anni hanno colpito il Paese.
Fermare una calamità naturale così come creare delle condizioni sociali positive ai cittadini che a sua volta arginino le degenerazioni di protesta, ben esprime la particolarità del "caso Modena", offrendo un'interessante chiave di lettura della mostra che sarà realizzata nell'ambito del Festivalfilosofia di Modena avente come tema la fortuna, interpretabile in questo caso come una volontà ideale e pratica di allontanare pericoli prevedibili e non.

Assieme alle foto, alcuni oggetti simbolici del periodo consentiranno una maggiore penetrazione degli anni 60, oltre che rendere il percorso di mostra più eterogeneo e coinvolgente.

Titolo
Anni '60
Modena e l'Italia del boom

Periodo
17 settembre - 14 novembre 2010

Sede
Ex Ospedale Sant'Agostino
Largo Porta Sant'Agostino 228, Modena
tel 335-1621739

Inaugurazione
17 settembre ore 19.30

Aperto
17 settembre ore 9-23
18 settembre ore 9-2
19 settembre ore 9-22
dal 21 settembre da martedì a domenica
ore 11-19
apertura strordinaria 1 novembre ore 11-19

Enti promotori
Fotomuseo Giuseppe Panini
Fondazione Cassa di Risparmio di Modena

Cura
Stefano Bulgarelli

Ingresso
gratuito

Informazioni
Fotomuseo Panini
Via Giardini 160
41124 Modena
tel. +39 059 224418


info@fotomuseo.it www.fotomuseo.it

venerdì 27 agosto 2010

L'illusorietà del tempo libero



Milano,
Italia
1964
Sezione (introduttiva sul tema del tempo libero
per la XIII Triennale Progetto-. Architetti Associati

Nel 1964 Gregotti viene nominato responsabile della sezione introduttiva della XIII Triennale di Milano, che aveva come tema "Una critica all'Ecologia del Tempo Libero". L'allestimento curato da Gregotti era una sorta di "tempo scenico", che i visitatori potevano direttamente sperimentare lungo il percorso. Attraverso il contributo dei linguaggi pittorici, grafici, musicali e letteran, è stata organizzata una trama narrativa interpretabile a diversi livelli e sviluppata in più itinerari. Il primo ambiente, chiamato il "Terminal dell'esaltazione", pieno di colori e rumori, appariva come una sorta di paradiso artificiale dell'evasione. Il visitatore veniva bombardato da tutte le possibilità che l'industria del tempo libero può offrire (dagli annunci pubblicitarì ai viaggi, dai temi sportivi alle feste!. In seguito, si arrivava in una "camera di decompressione", che proponeva, invece, il reale "tempo vuoto", in uno squallido spazio nel quale cinque macchinette elettriche a forma di cubo offrivano al pubblico alcuni fogli con programmi di visita alternativi, ma solo illusoriamente, perché "falsi, come falso è lo stesso tempo libero". Si trattava di un tentativo di rappresentazione simbolica della vanità delle scelte dei soggetti di fronte all'offerta dei consumi. Le risposte delle piccole macchine erano assolutamente casuali, per cui indifferenti rispetto alle volontà dei soggetti. Nella "Sala dei Contenitori", poi, inondata dall'omaggio a Joyce realizzato da Luciano Serio, attraverso fughe di scale capovolte con specchi trasversali si annullava la chiarezza della percezione spaziale. Il fine, infatti, era quello di far percepire il senso di perdita del rapporto dimensionale con lo spazio, ulteriormente falsato dall'aspetto argenteo metallico delle pareti e del soffitto. Otto contenitori a forma di condotto a sezione quadrata sviluppavano altrettanti temi attraverso interventi pittorici, tra cui ad esempio Tecnica, Illusioni, Utopie e Integrazione. Il contenitore a quattro percorsi introduceva al cosiddetto "Corridoio delle Didascalie", centrato sui temi dell'attualità, che immetteva alla Sala del Caleidoscopio', ricavata nel salone d'ingresso della Triennale. A questo ultimo grande ambiente si accedeva da una porta triangolare alquanto originale. Si apriva così uno spazio piramidale, trasformato in sala per proiezioni cinematografiche. Le pareti erano state completamente rivestite di specchi su tutta l'altezza (più di dieci metri): le due testate si specchiavano luna nell'altra moltiplicando all'infinito la dimensione reale dello spazio, mentre le pareti laterali producevano l'illusione di trovarsi all'interno di uno spazio esagonale enorme, alto diciotto metri. Tutto ciò per dare un senso di immersione totale allo spettatore. Nella sala venivano trasmessi due film di nove minuti ciascuno, uno sul tema del lavoro e uno sul tempo libero, proiettati in contemporanea sul pavimento bianco e riflessi sei volte negli specchi. Lo spettacolo determinato dall'interferenza di immagini e suoni, insieme al continuo rispecchiarsi del visitatore sulle pareti, produce un effetto di coinvolgimento nell'azione scenica.
Una volta terminati i film, una colonna sonora e la proiezione di collage a colori riempivano lo spazio secondo ventiquattro combinazioni: "un modo per rappresentare la definitiva 'rottamazione' del tempo libero". Nel frattempo, una voce invitava a passare alle sale successive.

da "I maestri dell'architettura", Hachette editore

sabato 14 agosto 2010

Bisogni indotti

Praticamente lo sviluppo economico di tutti gli anni '60 porta con sé anche l'affermarsi di una dimensione industriale in tutti i settori del tempo libero e quello delle vacanze (ancora possibili per una minoranza degli italiani) non fa eccezione.
A titolo di esempio riportiamo un articolo dal settimanale "Tempo illustrato" del 1969, riguardante la Jugoslavia:
NORME VALUTARIE
Sono in corso in Jugoslavia tanto i nuovi che i vecchi dinari: un nuovo dinaro ha il valore di 100 vecchi dinari. Un nuovo dinaro viene comprato con 50 lire italiane. Si tenga presente che non si può entrare in Jugoslavia con più di 100 nuovi dinari per persona; è permesso esportare, ufficialmente, non più di 50 dinari. Tutti i mezzi di pagamento esteri possono venire adoperati in quantità illimitata.
TURISMO NAUTICO
Le imbarcazioni straniere possono liberamente entrare nelle acque jugoslave, se regolarmente immatricolate e in possesso dei necessari documenti per i passeggeri e per l'equipaggio. E' possibile lasciare l'imbarcazione in Jugoslavia, durante l'inverno, in numerosi porti della costa i quali applicano noli bassissimi, sono bene attrezzati per effettuare le eventuali riparazioni e le pulizie a costi modici.
NOLEGGIO AUTOVETTURE
Le automobili possono venire noleggiate per i viaggi di sola andata e essere riconsegnate al termine del viaggio. Se ciò avviene in una città dove non vi sia il deposito dell'agenzia, il turista è tenuto a pagare una tariffa supplementare per far pervenire l'auto al deposito più vicino. L'Autho-tehna è la commissionaria della ditta Avis, la Kompas è la commissionaria della agenzia americana "Hertz".
PASSAPORTO
Per visitare la Jugoslavia è necessario essere in possesso di un passaporto valido: il visto di ingresso non è necessario.
FORMALITÀ' DOGANALI
Da qualche anno, tanto all'ingresso che all'uscita le formalità doganali sono ridotte al minimo. Al turista che entra in Jugoslavia è permesso importare, oltre agli effetti personali, due macchine fotografiche con 12 lastre o 5 rotoli di pellicola (è consigliabile fornirsi di pellicola in Italia, data la, qualità più scadente del materiale fotografico jugoslavo), una piccola macchina da presa con due bobine, un cannocchiale, uno strumento musicale portatile, un fonografo con dieci dischi, un apparecchio radio portatile, un televisore portatile, una macchina da scrivere portatile, attrezzi e accessori per la pesca sportiva, un'arma da caccia con 50 cartucce. Per altri oggetti, o per gli oggetti sopraindicati in quantità maggiori, è necessario fare ,.de-nuncia scritta sul modulo doganale, e conservarne una copia verificata fino all'uscita dal Paese. Per i cani, è necessario che siano vaccinati contro la idrofobia da non più di 6 mesi.
Sopra i 50 anni le donne portano tutte l'abito nero
.

Molto interessante è la ricostruzione storica delle vicende della Dalmazia.

Chissà se sull'altra sponda c'è altrettanto interesse per la riviera romagnola?

lunedì 9 agosto 2010

Canzoni di protesta



Prima del definitivo affermarsi dei cantautori, nel mondo musicale italiano si discuteva di linea verde, linea gialla, linea rossa (cfr. il ben documentato articolo su Musica & memoria).
Come poi ebbe giustamente a dire Edoardo Bennato, "Sono solo canzonette".

L'industria discografica



Come dice l'articolo di wikipedia( citato nel link del titolo) ecco il risultato di un gruppo creato a tavolino, di cui, puntualmente, noi abbiamo avuto la solita cover, anche se di lusso, con Caterina Caselli e il suo "Sono bugiarda"

Bisogna dire che stavolta, complice Mogol, il testo italiano non tradisce l'originale; anzi si potrebbe definire migliorativo.

lunedì 2 agosto 2010

Un pop di Beat



Così si intitola un libro di Giuliano Trombini, edizioni Ghirlandina di Nonantola, con un ricco repertorio di immagini fotografiche di complessi tra Ferrara e dintorni.

Oltre a quella che racchiude il più famoso trio di musicisti che hanno poi accompagnato Guccini in molti suoi concerti, abbiamo anche inserito tre foto di complessi bondenesi dell'epoca

venerdì 16 luglio 2010

La trappola del PIL



Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.


Robert Kennedy (1968)

giovedì 8 luglio 2010

La rottamazione dell'intelligenza

video

LA ROTTAMAZIONE DELL’ INTELLIGENZA
Data: Sabato, 15 maggio @ 17:10:00 CDT
Argomento: Italia

DI FRANCO BERARDI BIFO
carta.org

Non bisogna pensare che quello italiano sia un caso isolato, o una controtendenza. La tendenza universale della fase finale della mutazione neoliberista era stata anticipata da Michel Foucault: nelle sue parole deve portare alla formazione del modello antropologico dell’homo oeconomicus. L’espansione delle competenze cognitive sociali per affrontare la crescente complessità del mondo tecnico e sociale, fondamentale nella storia della civiltà moderna, è stata invertita, bruscamente e drammaticamente.

«Tutti devono sapere»
è lo slogan di una campagna di informazione e denuncia sulla riforma Gelmini che partirà a metà del mese di maggio nelle scuole di Bologna. Tutti devono sapere che in Italia si è avviato un processo di smantellamento del sistema di produzione e trasmissione del sapere, destinato a produrre effetti devastanti sulla vita sociale dei prossimi decenni.

Taglio di otto miliardi di finanziamenti per la scuola pubblica mentre il finanziamento alle scuole private viene triplicato. Gli effetti di questo intervento sono semplicissimi da prevedere. La scuola pubblica viene messa in condizioni di agonia, ridotta a luogo di contenimento della popolazione giovanile svantaggiata, consegnata così a un destino di rapido imbarbarimento. Alle scuole private accederanno solo i figli delle classi agiate. Nel frattempo, per completare il quadro, la nuova intellettualità [nella fascia tra i venticinque e i quaranta anni] sta migrando massicciamente verso l’estero. I nuovi intellettuali italiani non sono italiani e soprattutto non vogliono esserlo. Si sta disegnando una situazione dalla quale il paese non si riprenderà né domani né dopodomani, perché la distruzione del sistema pubblico di istruzione e il soffocamento della ricerca non sono fenomeni passeggeri e non sono neppure rimediabili nell’arco di una generazione.

Come può accadere una cosa di questo genere? Per chi, come me, è abituato a ragionare nei termini marxisti dell’analisi di classe, per chi si è abituato a pensare che viviamo in una società capitalistica in cui c’è una classe – la borghesia proprietaria – che trae il suo profitto presente e quello futuro dallo sfruttamento delle energie fisiche e mentali della società, quello che sta accadendo è incomprensibile. Il capitalismo italiano sta distruggendo il suo stesso futuro, non soltanto il futuro della società. Ma forse proprio qui sta il punto che sfugge alla nostra analisi: la borghesia non esiste più, il capitalismo borghese non esiste più. La rendita finanziaria non fonda più le sue fortune sul rapporto referenziale con l’economia reale. Non vi è più alcun rapporto tra aumento della rendita e crescita del valore socialmente disponibile. Da quando la finanza si è autonomizzata dalla sua funzione referenziale, la distruzione è diventata l’affare più redditizio per il ceto post-borghese che si è impadronito delle leve del potere. Un ceto post-borghese che potremmo definire ceto criminale, dal momento che la genesi del suo potere è essenzialmente legata alla illegalità, alla violenza, alla manipolazione.

Quello italiano è senza dubbio un quadro estremo, se comparato al quadro europeo. Pur avendo umiliato il sistema educativo francese sul piano politico e culturale nel 2009, poi nel 2010 Nicholas Sarkozy ha investito una somma notevole sulla ricerca pubblica, mentre in Italia la ricerca pubblica viene avviata all’estinzione. A livello europeo stiamo assistendo a un’intensa lotta tra la borghesia capitalista, che permane dominante in gran parte del nord protestante, e la classe criminale che si sta impadronendo del potere nei paesi barocchi, anzitutto l’Italia. La crisi dell’Unione europea è anzitutto il segnale di questa guerra, il cui esito al momento non è scontato.
Ma non bisogna pensare che quello italiano sia un caso isolato, o una controtendenza. La distruzione del sistema pubblico di formazione è una tendenza universale della fase finale della mutazione neoliberista, quella che Michel Foucault ha anticipato nel seminario del 1979 [pubblicato col titolo «Naissance de la biopolitique»], quella che nelle sue parole deve portare alla formazione del modello antropologico dell’homo oeconomicus.

L’espansione delle competenze cognitive sociali per affrontare la crescente complessità del mondo tecnico e sociale, che è stata fondamentale nella storia della civiltà moderna, è stata invertita, bruscamente e drammaticamente. La nuova dinamica del capitalismo finanziario criminale non prevede il futuro, non lo immagina, non lo vuole e non lo prepara. Non a caso è un potere essenzialmente gerontocratico, anche se la sua ideologia è giovanilistica. Il fascismo futurista del Novecento era una forma di giovanilismo aggressivo di giovani che scalpitavano per raggiungere il potere. Il fascismo post-futurista di oggi è invece un regime giovanilista dei vecchi.

Il ceto nichilista che si è impadronito del potere in Italia [ma non solo in Italia naturalmente] si muove lungo le linee di una consapevolezza inconfessabile: la civiltà umana è destinata a finire con noi, entro le condizioni del capitalismo non esiste più la possibilità di vita civile. Dunque appropriamoci in maniera frenetica del valore che proviene dalla demolizione di ciò che le generazioni moderne di proletari e di borghesi hanno prodotto, a cominciare con la cultura, la scienza, il sapere. Negli anni ottanta e novanta la dinamica del capitalismo globale si accompagnava alla diffusione di nuove scuole, nuovi comparti della formazione, in gran parte legati allo sviluppo delle nuove tecnologie digitali. Impresa dinamica e lavoro cognitivo si trovarono alleati, fino all’esperienza culturale ed economica delle «dot.com», le piccole imprese ad altissimo investimento cognitivo sostenute dall’azionariato privato e dall’intervento pubblico. Negli anni novanta il cognitariato si formò come classe post-operaia, proprio nell’incrocio tra dinamiche finanziarie [venture capital], dinamiche culturali [net-culture] dinamiche tecnologiche [la rete].

Questa classe virtuale post-operaia, dai contorni labili e dall’esistenza precaria, nucleo sociale decisivo dell’insorgenza anticapitalista che ebbe inizio a Seattle, per alcuni anni attraversò la storia del mondo come ultimo appello alla coscienza etica del genere umano. Ma il movimento non riuscì mai a uscire dai confini dell’etica, per farsi trasformazione della vita sociale quotidiana, autonomia solidale capace di sottrarsi all’abbraccio mortifero dei media dominanti e del ricatto precario. Nel frattempo, infatti, nella sfera del lavoro cognitivo si era consolidata un’idea meritocratica del reddito, una percezione competitiva e non solidale del mercato del lavoro. Sta qui la debolezza del cognitariato, costretto alla condizione del lavoro precario, e incapace di produrre comportamenti collettivi di autonomizzazione nella vita quotidiana.

La Carta di Bologna, che nel 1999 venne approvata dai rappresentanti dei sistemi educativi dei paesi europei, segnò l’imposizione definitiva del modello aziendale alla scuola pubblica europea, e avviò un processo di immiserimento e di frammentazione dei saperi, che corre parallelo alla precarizzazione del lavoro scolastico e universitario, alla drastica riduzione del salario-docente, soprattutto nella sfera universitaria. Il crollo azionario della primavera 2000 segna l’inizio di un vero e proprio smantellamento della forza sociale del cognitariato, cui il cognitariato non seppe opporsi. Nel 2001 Christian Marazzi scrisse un articolo dal titolo «Non rottamiamo il general intellect». Proprio questo invece è accaduto: la rottamazione del «general intellect» è stato il processo che il ceto criminale post-borghese ha messo in moto fino dai primi anni del decennio 2000.

Un ceto criminale si impadronisce del mondo nel primo decennio del 2000 – Cheney e Bush ne sono i rappresentanti americani, Putin, il Kgb, Gazprom in Russia, Fininvest-Mediaset in Italia, per non citare che i più illustri esempi di questo ceto che non è più definibile borghese, perché non fonda più la sua ricchezza sullo sfruttamento regolato di una classe operaia territorializzata, ma sull’arbitrarietà di un comando che si esercita sull’aleatorio dello scambio linguistico, sul raggiro, sulla simulazione e infine sulla guerra. Questo ceto criminale persegue una politica di distruzione accelerata della civilizzazione sociale. La borghesia investiva sul lungo periodo, sul territorio, sulla continuità di una comunità laboriosa e consumatrice. La classe del capitale finanziario non ha alcun interesse al futuro della comunità, del territorio. Una delle attività finanziarie più lucrose diviene proprio quella dello smantellamento, della messa in fallimento, della smobilitazione di nuclei di intelligenza collettiva.

La distruzione del sapere sociale è un affare che rende bene al ceto criminale. Quegli otto miliardi che il governo Berlusconi ha risparmiato distruggendo il sistema della scuola pubblica finiranno nelle tasche capienti del ceto cadaverico, mentre il business della scuola privata si ingigantisce.

Esiste una via d’uscita dalla dittatura dell’ignoranza? Per il momento non la vediamo. Come dice Mark Fisher nel suo «Capitalist Realism»: «Gli studenti inglesi sembrano rassegnati al loro fato. Ma questo non è un problema di apatia, o di cinismo, ma di impotenza riflessiva. Sanno che le cose vanno male, ma soprattutto sanno che non possono farci niente. Questa loro consapevolezza non è una osservazione passiva di uno stato già esistente delle cose. È una profezia che si autorealizza».

Franco Berardi Bifo
Fonte: www.carta.org
Link: http://www.carta.org/rivista/19534
14.05.2010

uscito su Carta n. 15 del 7 maggio 2010


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Fine di un'epoca

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E' il 12 dicembre del 1969, alle 16 e 37 esplode una bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano, è venerdì e la banca è ancora aperta (contrariamente agli orari ufficiali), per consentire agli agricoltori venuti dalla provincia di concludere le contrattazioni nell'atrio; il bilancio è di 16 morti e 104 feriti.
Altre tre bombe esplodono poi a Roma, ma qui senza vittime; una quinta viene trovata a Milano nella sede della Banca Commerciale e viene fatta esplodere dagli artificieri.

Da qui iniziano i confusi anni '70 all'insegna di "trame eversive", piste rosse, nere, anarchiche, attentati, omicidi e rivendicazioni; ma questa è un'altra storia.

Angeli del fango



La cosa notevole dell'evento fu la mobilitazione spontanea di migliaia di ragazzi (angeli del fango) venuti da tutta Europa a portare il loro aiuto in un periodo in cui i media accusavano i giovani di non volersi integrare nella società (dei consumi).

L'unico aiuto finanziario del governo fu una somma di 500mila lire ai commercianti, erogata a fondo perduto e finanziata con il solito sistema dell'aumento del prezzo della benzina (10 lire al litro; accisa ancora presente). La FIAT ed altre case automobilistiche offrirono a chi aveva perso l'auto uno sconto del 40% per comprarne una nuova e una "supervalutazione" di 50mila lire per i resti della macchina alluvionata. Un grande merito nell'opera di sensibilizzazione si dovette ad un documentario del regista fiorentino Franco Zeffirelli, che comprendeva un accorato appello in italiano dell'attore inglese Richard Burton.

lunedì 5 luglio 2010

Vacanze milanesi

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Gli anni sessanta segnano anche la dismissione pressoché definitiva degli idrovolanti, cui erano destinati gli idroscali.

martedì 22 giugno 2010

Consumi giovanili

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anche quando oggi scaricano musica dai circuiti P2P, i giovani non fanno che perpetuare la loro dipendenza dall'industria dell'intrattenimento.

Oggi il disagio giovanile si esprime anche in modi autodistruttivi:
In una serata beve in media 4 bicchieri di cui 1,5 di breezer o aperitivo alcolico, 1,5 di birra e 1 di superalcolico; è questo l'identikit del ragazzo medio italiano tracciato dal Progetto "Il Pilota" realizzato nelle discoteche dall'Osservatorio Nazionale Alcol dell'Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con la Società Italiana di Alcologia. E le cose non vanno meglio per le ragazze che consumano 3 bicchieri in media, appena uno in meno dei coetanei, di cui 1,2 di breezer o aperitivo alcolico, 1,1 di birra e 0,7 di superalcolico.
Nel corso dell'Alcohol Prevention Day 2008 sono stati presentati i risultati dell'indagine che hanno esaminato i consumi dei giovani in una serata tipica; in media il 35,7% dei giovani dichiara di consumare 1-2 bicchieri; il 27,8% da 3 a 5 bicchieri e il 20% circa beve oltre 6 bicchieri in un'unica occasione, ubriacandosi.
Il fenomeno del bere a rischio presenta i suoi aspetti più preoccupanti nell'identificazione di una quota rilevante (pari al 67%) di giovani al di sotto dell'età legale che riceve e consuma in una serata tipica quantità significative di tutte le bevande alcoliche; la tipologia di consumo prevalente, la più frequente è quella di consumo superiore alle due unità (due drink), modalità seguita dal 25% dei ragazzi e da ben il 31% delle ragazze. Anche per i giovani di età superiore ai 15 anni la modalità di consumo prevalente in assoluto è il consumo di quantità superiori alle due unità, tipologia di consumo seguita dal 46,8% dei ragazzi e dal 30,6% delle ragazze.
Tutte le bevande alcoliche, come precisa il rapporto, giocano il loro ruolo nel determinare i consumi a rischio. E sono soprattutto i minori ad eccedere in breezer/cocktail alcolici e birra sia i ragazzi che le ragazze; tra queste ultime le consumatrici a rischio sono inaspettatamente più numerose che tra i coetanei.
Il picco di prevalenza dei consumatori a rischio si verifica tra i 19-24enni per poi diminuire oltre i 25 anni per entrambi i sessi; è nel corso dell'intero decennio 13-24 anni che si registrano parallelamente gli esiti fatali e non fatali conseguenti ai più elevati livelli di rischio alcol correlato per i giovani, come dimostrato dal fenomeno delle morti del fine settimana.
"Quantità non trascurabili" afferma Emanuele Scafato, Direttore dell'Osservatorio Nazionale Alcol dell'Istituto Superiore di Sanità, "in particolare se riferite agli adolescenti e assolutamente ingiustificabili riguardo ai minori, anche tenuto conto che i consumi al di sotto dei 15 anni dovrebbero essere pari a zero litri entro il 2010 quale obiettivo in cui si sono impegnati tutti gli Stati Membri del WHO".
"Obiettivo arduo da raggiungere considerato il fallimento parlamentare delle proposte di misure orientate alla tutela dei minori e che miravano ad impedire la vendita ai minori e ad innalzare l'età minima legale a 18 anni così come peraltro sollecitato dal Parlamento Europeo; misure che vedono in una resistenza culturale oltre che di valenza economica la vera causa del diniego di quanto sarebbe necessario per invertire una tendenza che invece è destinata ad incrementarsi".
Che cosa può convincere i giovani a non bere? "Un premio consistente" è la risposta che i ragazzi hanno dato agli esperti del progetto dell'ISS "Il Pilota".
Si fanno, oggi, numerose iniziative rivolte al "Guidatore Designato" per ridurre la mortalità tra i giovani, il pilota, il "sobrio espiatorio" predestinato al trasporto sicuro a casa di compagni alticci. "E' piuttosto scarsa la cultura italiana della valutazione dei programmi di prevenzione" commenta Scafato "e poche sono le esperienze che abbiano fornito, come ha fatto l'ISS, una validazione che ne attesti l'efficacia; ciò nonostante intorno al volante si affollano oggi tanti differenti tipologie di "piloti" che rischiano stoicamente di andare incontro ad un incidente a causa di un ubriaco un macchina". "Un braccialetto al polso non dona purtroppo l'immortalità" continua Scafato "e a nulla serve se anche chi sta con il pilota in macchina non ne segue l'esempio."
Infine, "coordinare e ottimizzare i finanziamenti, evitando duplicazioni armonizzando i modelli di intervento con quelli validi, dotati di provata efficacia è un requisito auspicato dall'OMS, dal Parlamento Europeo ma tenuto in povero conto dalle esperienze nazionali".Ma per risultare efficaci bisogna anche conoscere quali sono le motivazioni che potrebbero spingere un giovane a non bere. "Come ricercatori avevamo immaginato motivazioni piuttosto inconsuete ma i giovani ci hanno stupito. Quando, alla seconda edizione del Progetto "Il Pilota" abbiamo voluto chiedere ai ragazzi nelle discoteche "Cosa potrebbe spingerti a non bere per tutta la serata ?", le risposte fornite sono state le seguenti:
Un premio importante per chi rimane astemio 74%. Partecipare a un Programma Televisivo/Reality Show 70%. Il fatto di avere la responsabilità di portare a casa gli amici 58%. Le pressioni del partner/degli amici 44%. Il divieto di servire alcolici all'interno dei locali notturni 31%. Controlli della polizia 23%. Niente 18%. Una campagna pubblicitaria 14%. Altro/Non saprei 7%. Il Pilota si è trasformato in un Reality Show nel corso del 2007 e ha premiato i piloti in maniera tangibile: una macchina, una moto, una crociera. Il Pilota riparte a maggio.

sabato 29 maggio 2010

La scuola facile

Uno dei luoghi comuni che circolano sul '68 è che abbia aperto la via alla scuola facile, prima di azzardare una valutazione, mi pare opportuno fare una valutazione, puramente quantitativa, basata su dati CENSIS, della composizione della popolazione scolastica negli anni '60.
Partiamo da una visione di insieme, analizzando la tavola dei flussi scolastici:


vediamo che i 950.000 alunni iscritti alla prima elementare nell'anno scolastico 1953/54, sono
rimasti 518.00 iscritti in prima media (il 54%); completano le medie, tre anni dopo, in 330.00 (il 63% di quanti le avevano iniziate) e si iscrivono alle superiori in 282.00 (circa 3 su 10).
Vale a dire che negli anni '50 si assisteva ad una forte selezione, alla quale si cercherà di rimediare con la istituzione della scuola media unica e la soppressione del c.d. avviamento professionale.
Nella tabella potete trovare anche la suddivisione per ordini di scuola in cui si distribuivano questi 282.000 iscritti, ma andiamo avanti e vediamo quanti sono rimasti 5 anni dopo i diplomati:
il 52%, praticamente dimezzati con le maggiori percentuali di abbandono negli Istituti Tecnici
Industriali.
Licei a parte, le altre scuole rilasciavano un titolo già professionalizzante ed ecco quindi l'anno scolastico successivo presentarsi come matricole all'Università in 119.800, una percentuale piuttosto alta circa l'80%, nella speranza di conseguire un titolo di studio superiore, favoriti anche dal fatto che, per i meno abbienti, c'era la possibilità del presalario, che, per i fuori sede, arrivava a L.500.000 (il costo della Fiat 500 di allora).
Se analizziamo le provenienze degli iscritti vediamo che la maggioranza proviene dal liceo classico, che poteva accedere (essendoci un esame serio) a tutte le facoltà universitarie; seguono i commerciali (che di solito si iscrivevano a economia e commercio); le magistrali, che col diploma quadriennale potevano accedere solo a Magistero); il liceo scientifico (che poteva accedere a tutte le facoltà, ad eccezione di Lettere); i geometri, che di solito si iscrivevano ad Ingegneria e i diplomati dei tecnici che sceglievano la facoltà a seconda della specializzazione conseguita.



Ecco quindi le distribuzioni reali dell'anno accademico 1966/67 (vi consigliamo di scaricare l'immagine ingrandita dal sito) delle matricole italiane; personalmente trovo abbastanza sorprendenti le elevate percentuali degli iscritti ad\Economia e commercio e Magistero, ma quest'ultima era una scelta obbligata per i maestri che volevano una laurea e ad economia si iscrivevano anche molti geometri.
Ed infine l'ultima tabella ci fornisce i valori assoluti dei laureati in corso, al termine del regolare
curriculum di 6 anni per medicina, 5 per ingegneria, 4 per le altre lauree



Concludendo, solo il 52% degli iscritti si è laureato nei tempi tecnici previsti e questi 62.300 laureati costituiscono il 6.5% degli iniziali 950.000 nati nell'immediato dopoguerra.

Quindi, visto che siamo arrivati al 1970, si deduce che la riforma dell'esame di maturità, introdotta in via sperimentale nel 1969 e che durerà fino agli anni '90, non aveva potuto ancora incidere nel limitare la selezione scolastica.

lunedì 17 maggio 2010

Le parole e le cose

Nel corso delle ricerche per scrivere questo blog, mi è capitato di cercare in Internet termini che io ricordavo, ma che la "rete" dimentica; il che ammonisce su quanto sia importante conservare la memoria e anche i libri e altro materiale cartaceo come fonte alternativa al web.
Ovviamente tali dimenticanze sono volute e vi cito alcune parole, invitandovi a compiere voi stessi una ricerca:

-presalario;
-scala mobile;
-statuto dei lavoratori;
-sistema sanitario nazionale.

Parole che segnano anche una conquista ottenuta dalla mobilitazione popolare degli anni sessanta e settanta e che "lorsignori" si stanno riprendendo con gli interessi ,dagli anni '80 in poi, regalandoci in cambio (come le perline agli amerindi) tanti bei gadget tecnologici.

Aggiungeteci anche l'abolizione di fatto delle pensioni e lo slittamento verso forme privatistiche di tutto quello che finora è stato pubblico (e gratuito) e considerate se sia tanto conveniente per noi europei il modello anglosassone.


Fahrenheit 451 è un film del 1966 diretto da François Truffaut, tratto dall'omonimo romanzo distopico di Ray Bradbury.

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Incontreremo una gran quantità di persone sole e sofferenti nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.

martedì 11 maggio 2010

Campanile sera



Il filmato originale verrà proiettato giovedì 13 maggio 2010 a 50 anni di distanza dalla storica trasmissione, ad Ospitale di Bondeno, in occasione della locale fiera.

Considerata la scarsa diffusione delle cineprese ed il loro costo all'epoca (le foto sotto si riferiscono ad un listino del 1969) bisogna complimentarsi con gli autori del filmato!



mercoledì 7 aprile 2010

Stranamore



Negli anni '60 (il film è del 1963), oltre alla guerra fredda erano gli anni degli esperimenti nucleari nell'atmosfera e ricordo personalmente una manifestazione studentesca quando io facevo la quarta ginnasio.

Quell'anno, il 1962, se ben ricordo, quando l'autista del servizio di piazza che ci portava a scuola si accorse del trambusto fece dietro front e riportò noi minorenni a Bondeno.
I giorni seguenti tutti gli assenti furono chiamati in presidenza e, nonostante la giustificazione della famiglia e dell'autista, chiamato a testimoniare, fummo sospesi tutti per tre giorni retroattivi, con obbligo di frequenza, e comunicazione pubblica dei nomi dei rei.
A tutti quel trimestre fu dato 7 in condotta il che, se fosse stato il terzo trimestre, avrebbe comportato il rinvio a ottobre in tutte le materie.

Questo dovrebbe far riflettere su cosa comportava in quegli anni una protesta che, negli anni successivi, divenne un fatto quasi quotidiano, ma anche che la soglia di attenzione ai problemi era più alta di adesso.

Non posso fare a meno di notare come la conferenza stampa congiunta del premio Nobel per la pace Barack Obama e della sessantottina Hillary Rodham Clinton, sulla decisione di impiegare, in particolari circostanze, bombe atomiche tattiche, sia praticamente passata sotto silenzio.

mercoledì 24 marzo 2010

A cosa serve la storia?

A cosa serve la storia? Come ex-docente, in possesso di regolare abilitazione all'insegnamento della medesima, direi alla conoscenza (Historia magistra vitae), come recitava e recita tuttora il motto sul frontone della mia scuola elementare:"Non scholae, sed vitae".

Dal momento che, in questo caso, il periodo studiato era anche un periodo che avevo vissuto, mi sono trovato subito nella necessità di sfrondare l'eccesso di documentazione e ho trovato subito inessenziale tutto quello comunemente usato per rimbecillire le folle: sport, spettacolo, cronaca nera e rosa e, ovviamente, propaganda e pubblicità.

Inevitabile notare che sono esattamente le cose che riempiono la vita della gente, unite ad un lavoro alienante che ti porta via ogni energia, lasciandoti addormentato in poltrona la sera davanti alla TV.

Gli anni '60 sono appunto come la "cartina al tornasole" di tutto questo; si cominciava ad avere quello che è necessario: cibo tutti i giorni, una casa calda coi servizi igienici, i primi elettrodomestici (per liberare da tempo e fatica specialmente la donna) automobile (senza il traffico e le limitazioni di oggi ) e meccanica per liberare dal lavoro manuale (ma non da quello ripetitivo).

Si dirà che TV, giornali spettacolo confondevano anche allora la vita, però, un po' perché si dava loro meno importanza, un po' perché a scuola si insegnava ancora a pensare con la propria testa e (nonostante Guy Debord nel suo "La società dello spettacolo" avesse già previsto tutto) c'era una minore omologazione e rassegnazione.

Per questo nel mio blog ho cercato di sottolineare solo i momenti alti, le individualità, le innovazioni al contrario di altri blog sullo stesso periodo che sono un ricordo selettivo di tutte le sciocchezze rese importanti solo dall'essere associate alla propria gioventù.

lunedì 15 marzo 2010

Underground comics


Il nome di Gilbert Shelton è ormai sinonimo della controcultura americana di fine anni ’60: Phineas, Freewheelin' Franklin e Fat Freddy (per non parlare del gatto) sono ormai icone dell’immaginario un po’ fumé dell’epoca. Shelton ha creato i “Fabulous Furry Freak Brothers” nel 1969, facendosi notare per una ironia tra lo slapstick e il surrealismo, e per una cura del disegno non comune nel panorama del fumetto underground. I Freak Brothers hanno attraversato (quasi) indenni quaranta anni di storia, e stanno per tornare in grande stile grazie a un film di animazione in stop-motion che li vedrà di nuovo insieme. Attualmente Shelton vive a Parigi e lavora a “Not Quite Dead”, la storia di una rock band sulla strada di un improbabile successo.


Altro grande autore del genere è Robert Crumb , Filadelfia 1943-

Sua la copertina di Cheap Thrills, uno dei più noti album di Janis Joplin.

Nel 1962 si trasferisce a Cleveland e dal 1964 inizia ad avvicinarsi creativamente al vasto movimento del comix underground.

Nello stesso periodo sperimenta alcune sostanze stupefacenti tra cui l'acido (LSD) esperienza che gli lascerà ricordi contrastanti ed inizia a collaborare con la nota rivista di cultura radical newyorkese East Village Other.

Si trasferisce nel 1966 a San Francisco, punto focale per tutta la cultura underground occidentale, dove collabora con i maggiori cartoonist indipendenti (tra cui Rick Griffin, Spain Rodriguez, S. Clay Wilson e Victor Moscoso).

Con alcuni di loro nel 1967 crea Zap Comix una rivista a fumetti tascabile dove pubblicherà con regolarità le tavole dei suoi maggiori personaggi (tra cui: Fritz il gatto e Mr. Natural).

Collabora in parallelo a moltissime riviste underground, non solo americane (OZ, Gothic Blimp Works, Motor City, Yellow Dog, Actuel) e suo materiale a fumetti inizia ad essere pubblicato e tradotto in buona parte dei paesi occidentali (in Italia da Milano Libri, da Stampa Alternativa e da svariate riviste tra cui Linus, Fallo!, Re Nudo).

Nel 1969, per una storia pubblicata sul numero 4 di Zap, viene arrestato a New York City con l'imputazione di oscenità.

Nel 1970 vende i diritti per un film a cartoni animati dedicato a Fritz the Cat (che verrà animato da Ralph Bakshi) e che otterrà un successo internazionale.

Atualmente vive nel sud della Francia.

Sito ufficiale: http://www.crumbproducts.com/

lunedì 8 marzo 2010

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mercoledì 24 febbraio 2010

La società dello spettacolo

DI GILLES BONAFI

In girum nocte et consumimur igni è un film francese di Guy Debord uscito nel 1978. Il titolo significa “Giriamo in tondo nel buio e siamo divorati dal fuoco”, ma c’è un segreto in questa frase e sta a voi scoprirlo...

Leggete « La Società dello spettacolo » (1967) di Guy Debord (1931-1994 : scrittore, poeta, cineasta e rivoluzionario francese) e soprattutto i « Commentari sulla società dello spettacolo » [“Commentaires sur la société du spectacle”]. Ecco la conclusione di quest’ultimo:

“Analogamente, l’insediamento del dominio spettacolare è una trasformazione sociale cosi profonda da aver cambiato radicalmente l’arte di governare. Questa semplificazione, che ha dato così in fretta simili frutti nella pratica, non è stata ancora compresa teoricamente. Vecchi pregiudizi smentiti dappertutto, precauzioni diventate inutili e perfino tracce di scrupoli d’altri tempi sono ancora d’ostacolo nel pensiero di numerosi governanti a tale comprensione, che la pratica generale dimostra e conferma ogni giorno.

Non solo si fa credere agli assoggettati che si trovano ancora in larga misura in un mondo che è stato fatto sparire, ma a volte i governi stessi soffrono per certi versi della stessa incongruenza. Capita loro di pensare a un parte di ciò che hanno soppresso come se fosse irmasta reale e dovesse per ciò restare presente nei loro calcoli. Questo ritardo non si protrarrà molto. Chi ha potuto far tanto senza fatica andrà necessariamente oltre. Non si deve credere che coloro che non hanno capito abbastanza in fretta tutta la flessibilità delle nuove regole del loro gioco e la sua sorta di barbara grandezza possano mantenersi in modo duraturo, come un arcaismo, nei dintorni del potere reale. Il destino dello spettacolo non è certo di finire come un dispotismo illuminato.

Occorre concludere che è imminente e ineluttabile un ricambio nella casta cooptata che gestisce il dominio e in particolare dirige la protezione di tale dominio. In tale campo, ovviamente, la novità non sarà mai esibita sulla scena dello spettacolo. Essa appare soltanto come il fulmine, che si riconosce unicamente dai suoi colpi. Questo ricambio, che concluderà in modo decisivo l’opera dei tempi spettacolari, si verifica con discrezione, pur riguardando persone già tutte collocate nella sfera del potere, come un complotto segreto. Selezionerà coloro che vi prenderanno parte in base a questa esigenza principale: che sappiano chiaramente di quali ostacoli sono liberati, e di che cosa sono capaci”.

(http://pagesperso-orange.fr/dumauvaiscote/commentaire4.htm)

Guy Debord è morto nel 1994, suicida o assassinato.

Titolo originale: "In girum imus nocte et consumimur igni"

Fonte: http://gillesbonafi.skyrock.com/
Link
24.12.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARINA GERENZANI

N.d.A. La frase del titolo è un palindromo, vale a dire che si legge indifferentemente da destra e da sinistra e l'articolo riportato spiega perché in questo blog non si parla di spettacolo se non quando lo spettacolo ha a che fare col costume sociale e non col mero consumo.
Ha ragione Debord quando intuisce, già nel 1967, che lo spettacolo è consumo al quadrato e sottrae tempo alla vita vera.
Il cerchio si chiude quando va in onda lo spettacolo della vita (artificiosa) nei reality show che oggi imperversano.

lunedì 15 febbraio 2010

Allen Jones



Allen Jones e' nato nel 1937, ed e' entrato tra i grandi della Pop Art negli anni '60 insieme a personaggi di spicco e di successo come David Hockney e Richard Hamilton, artisti che hanno contribuito enormemente a creare la mitica immagine della Londra "swing" fatta di creatività, contaminazione di linguaggi e trasgressione intellettuale giunta fino ai nostri giorni. Per tutti il nome di Allen Jones e' indissolubilmente legato a quella che e' diventata una sorta di icona del nostro tempo, quella di una sensualepin-up tratta dall'immaginario dell'illustrazione, dei pulp comics, e tradotta in linguaggio insieme ironico e accattivante; meno noti sono gli sviluppi ulteriori di questa poetica, ben documentati in mostra:mantenendo fede al suo spirito voyeuristico.





DIREZIONI A CONFRONTO: WALTER GUADAGNINI E FLAMINIO GUALDONI
PER I CINQUANT'ANNI DELLA GALLERIA CIVICA DI MODENA
mercoledì 17 febbraio 2010, ore 18,30, Palazzo Santa Margherita

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Mercoledì 17 febbraio 2010 alle 18,30 presso la Sala Grande di Palazzo Santa Margherita, in corso Canalgrande 103 a Modena, appuntamento con Direzioni a confronto, prima conversazione pubblica con i protagonisti della vicenda culturale della Galleria Civica di Modena in occasione dei cinquant'anni dalla sua fondazione.
Walter Guadagnini (direttore dal 1995 al 2004) e Flaminio Gualdoni, (direttore dal 1988 al 1994) faranno il punto sulla parte tematica relativa al periodo centrale di vita dell'istituto. Moderatore della serata Roberto Franchini, giornalista, Direttore dell'Agenzia d'Informazione e Ufficio Stampa della Regione-Emilia Romagna e Presidente della Fondazione San Carlo di Modena.

La presentazione del volume
Galleria Civica di Modena. Gli anni Duemila tenutasi il 12 febbraio scorso - un libro centrato sull'ultima, importante, tranche di lavoro dell'istituto civico - non poteva non offrire l'occasione per riflettere e rileggere, grazie alla voce dei protagonisti, l'intera vicenda culturale della Galleria Civica di Modena, dalla sua fondazione ad oggi. Diversi i protagonisti che nel corso degli anni hanno contribuito a caratterizzare il ruolo, la mission, le finalità e la fisionomia stessa della Galleria Civica e differenti, dunque, le linee progettuali: dal collezionismo agli scambi e collaborazioni con i principali musei e le più importanti istituzioni della scena contemporanea internazionale, dal rapporto con gli artisti locali, alla scelta di personali di artisti operanti nel campo del disegno, della fotografia, della contemporaneità, dalla sperimentazione e ideazione di eventi e performance, all'istituzione e all'incremento di esperienze nel campo della didattica, per finire con l'attenzione rivolta alla creatività giovanile.

Il ciclo di conversazioni si chiuderà venerdì 5 marzo 2010, alle ore 21,00 con Pier Giovanni Castagnoli (direttore dal 1982 al 1987), e Angela Vettese, (direttrice dal 2005 al 2009). Moderatore della serata
Michele Smargiassi, giornalista de la Repubblica.
Le conferenza sono ad ingresso libero e gratuito.


Note biografiche

Walter Guadagnini Nato a Cavalese, Trento, nel 1961, vive e lavora a Bologna dove, dal 1992, è titolare di una cattedra di Storia dell'Arte Contemporanea all'Accademia di Belle Arti. Docente, critico, curatore indipendente, ha diretto la Galleria Civica di Modena, con la quale ha iniziato a collaborare nel 1986, dal 1995 al 2004. Sono decine e decine le mostre e gli eventi dedicati a protagonisti dell'arte contemporanea italiana e internazionale cui Guadagnini si dedica in questi anni.
Dal 1995 cura la manifestazione internazionale biennale Modena per la Fotografia. Tra le mostre curate per la Galleria si ricordano,
Trilogia. Mimmo Paladino, Richard Artschwager, Olivier Richon (2004), Pop Art Uk. British Pop Art 1956-1972 (2004), Pop Art Italia 1958-1968 (2005).
E' presidente dal 2004 della Commissione Scientifica del Progetto Unicredit Group per l'arte contemporanea. Nel 2007 cura la mostra Pop Art! 1956-1968 alle Scuderie del Quirinale, Roma. Sempre nel 2007 è Commissaire Unique per la sezione italiana all'interno di Paris Photo, Parigi.
E' autore di numerose pubblicazioni tra cui: il volume Fotografia, 2000, per l'editore Zanichelli Bologna; per lo stesso editore è in corso di pubblicazione il volume Storia della fotografia del XX secolo. Ha collaborato, dal 1995 al 2003, come critico d'arte, per il quotidiano La Repubblica. Dal 2006 è responsabile della sezione fotografia de Il Giornale dell'Arte.

Flaminio Gualdoni (Cuggiono, Milano, 1954) Critico, giornalista, curatore, docente, dal 1980 insegna Storia dell'Arte all'Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. Ha diretto la Galleria Civica di Modena dal 1988 al 1994, dal 1995 al 1999 i Musei Civici di Varese, nel 2005 e 2006 la Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano. E' commissario alla 44° Biennale di Venezia, 1990. Cura, tra le altre, mostre pubbliche di Osvaldo Licini, Gastone Novelli, Giuseppe Capogrossi, Salvatore Scarpitta, Mario Mafai, Jean Fautrier, Lucio Fontana, Enzo Cucchi, Urs Lüthi, Jaume Plensa, George Grosz, Piero Manzoni, Marino Marini, Arnaldo Pomodoro, Giacomo Manzù, Massimo Campigli, Leonardo Cremonini, André Villers, Antoni Tàpies, Meret Oppenheim. Dal 1985 collabora alle pagine culturali del "Corriere della Sera" e dal 2006 tiene la rubrica "Il criptico d'arte" in "Il Giornale dell'Arte". Tra il 2005 e il 2009 dirige la rivista "FMR" e nel 2007 fonda "La rivista bianca FMR". Ha collaborato con rubriche d'arte a "Il Giorno", "La domenica del Corriere", "Italia Oggi", "Gente", RAI Radio 2, RAI Radio 3. Per la trasmissione "Appunti di volo" di RAI Radio 3 nel 2002 gli è stato assegnato il "Premio Venezia alla Comunicazione" in occasione del 6° Salone dei beni e delle attività culturali, Venezia. E' stato tra i fondatori del gruppo [epidemiC], www.epidemic.ws, con il quale ha partecipato tra l'altro alla 49° Esposizione Internazionale d'Arte, Platea dell'umanità, La Biennale, Venezia. Ha pubblicato, tra gli altri, i libri Turcato, Ravenna, 1982; Arte a Roma 1945-1980, Milano, 1988; Le forme del presente, Torino 1997; Arte Italiana del Novecento, Milano 1999; Arte in Italia 1943-1999, Vicenza, 2000; Il trucco dell'avanguardia, Vicenza 2001; Arte classica, Milano 2007; Arnaldo Pomodoro. Catalogo generale, Milano, 2007; Una storia del libro, Milano, 2008, Art, Milano, Skira, 2008.

Nella foto: Pop Art Uk, British Pop Art 1956-1972, veduta della mostra alla Palazzina dei Giardini, 2004, con opere di A. Jones, E. Paolozzi, foto Maurizio Malagoli

Evento
Direzioni a confronto: Walter Guadagni e Flaminio Gualdoni per i cinquant'anni della Galleria Civica di Modena con Roberto Franchini

Sede Galleria Civica di Modena, Sala Grande di Palazzo Santa Margherita, corso Canalgrande 103, Modena

Periodo 17 febbraio 2010, ore 18,30

Organizzazione e Produzione Galleria Civica di Modena


Ingresso gratuito


venerdì 5 febbraio 2010

Il progresso

Se chiedete ad un giovane cos'è il progresso, probabilmente vi risponderà: Internet, il cellulare, l'MP3.
Sciocchezze!
Se avete visitato castelli o case patrizie, avrete notato che l'unico modo di riscaldarsi era il camino (tornato di moda per motivi ornamentali). Se risalite con la memoria all'immediato dopoguerra, trovate le stufe a legna: quella della cucina che serviva per riscaldare l'acqua e cuocere il cibo e qualcuna nelle altre stanze. Per la difficoltà di alimentazione e per esigenze di risparmio, quelle delle camere da letto si accendevano solo in caso di malattia e la temperatura difficilmente superava i 10 gradi d'inverno; si suppliva con "il prete" (chi non sa cosa sia, visiti qualche museo di civiltà contadina e lo scoprirà).
La legna, ora tornata di moda, ha il difetto che deve essere stagionata, e stivata in luogo asciutto, trasportata ed accesa, la stufa va alimentata di continuo e non spande un calore uniforme; inoltre con impianti non a regola d'arte, la combustione avviene in mancanza di ossigeno e si forma ossido di carbonio, per cui di frequente le cronache riportavano casi di intere famiglie sterminate durante il sonno.
Il carbone aveva una più alta resa energetica, ma sporcava talmente da richiedere un locale caldaie e personale apposito (fuochisti).
Negli anni '60 una alternativa largamente praticata erano le stufe alimentate a cherosene (chi c'era ricorda i bidoni di plastica gialla e i furgoncini "ape" con cui venivano portati a domicilio), ma, contemporaneamente, cominciavano a essere installati nelle nuove case i primi impianti a riscaldamento centralizzato con caldaie e bruciatori, inizialmente a nafta.
Quest'ultima però necessitava di serbatoi di stivaggio e di frequenti pulizie agli ugelli dei bruciatori, oltre ad essere inquinante; la soluzione ottimale arrivò con la metanizzazione.
Questa richiese un impegno dei comuni (socializzazione delle perdite) e poi nacquero le compagnie private o semi-pubbliche (privatizzazione dei profitti), il che ci riporta più o meno alla situazione odierna in cui, senza farci più caso, abbiamo acqua calda, servizi igienici in casa e ambienti tutti uniformemente riscaldati.

A monte di tutto questo abbiamo però una lunga politica di approvvigionamento energetico non priva di contrasti: in seguito ad accordi di guerra l'ENI avrebbe dovuto essere sciolta, ma Enrico Mattei, nominato liquidatore, riuscì ad evitarlo.
Da allora è stata una continua lotta per impadronirsene o limitarne i poteri, perché è ormai chiaro che chi controlla l'energia, controlla il mondo.