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giovedì 5 gennaio 2012

Mistero buffo

Dario Fo e Franca Rame in scena all’Auditorium Conciliazione di Roma, venerdì 20 gennaio 2012 (ore 21), con lo spettacolo “Mistero Buffo”.
“Esattamente 42 anni fa andavamo in scena a Milano con Mistero Buffo. Era il 1969. Recitavamo in un capannone di una piccola fabbrica dismessa dalle parti di Porta Romana che noi avevamo trasformato in una sala di teatro con il nostro gruppo. In quell’occasione Franca ed io ci alternavamo sul palcoscenico eseguendo monologhi di tradizione popolare, tratti da giullarate e fabliaux del medioevo, non solo italiane, ma provenienti da tutta Europa. Mistero Buffo cercava di dimostrare che esiste un teatro popolare di grande valore, nient’affatto succube o derivato da testi della tradizione erudita, espressione della cultura dominante. Oggi, dopo quasi mezzo secolo, torniamo in scena con una selezione di questo nostro spettacolo ‘dei primordi’. Non ci è stato facile decidere quali testi privilegiare. Siamo sicuri che durante questi prossimi mesi inseriremo qua e là altri testi e soprattutto andremo recitando all’improvviso in modo a dir poco esagerato. Ma dovete capire: per noi recitare non è solo un mestiere, ma è anche e soprattutto un divertimento. Che raggiunge il massimo del piacere quando riusciamo a inventarci nuove situazioni e buttare all’aria convenzioni e regole. Speriamo di comunicarvi questo nostro spasso e di riuscire a sorprendervi, farvi ridere e magari pensare”.
Dario Fo e Franca Rame
Fonte: http://www.rbcasting.com/eventi/2011/12/21/il-mistero-buffo-di-dario-fo-e-franca-rame/

martedì 5 aprile 2011

Critica militante


Il testo è stato portato in scena di recente dalla regista Monica Conti (forse in occasione del centenario ).
Quello che ci interessa in questa sede è riportare un testo di critica dell'epoca, che potremmo definire militante e non accomodante, tanto per far sentire lo spirito del 1969.

Mutande (Le)
di Karl Sternheim
La Notte, 28 marzo 1969
Salvo errori ed omissioni, questa medesima commedia dal titolo che è tutta una promessa di palpabili godurie: Le mutande (da donna, beninteso!) l’abbiamo vista alcune estati fa all’Odeon, a firma Gigi Lunari, recitata in  milanese annacquato da Piero Mazzarella e Tino Scotti, sotto la dizione – oh, finezza! – ingentilita dal diminutivo e involgarita dal plurale: Per un paio di mutandine. Allora, dava il suono di una ritardataria pochade dialettale, fatta alla buona con materiali casalinghi unicamente per il refrigerio serotino dei bravi meneghini con le mogli al mare, rimasti nell’asfalto della città ad arrostirsi. Ora che la si dà nuovamente, sullo stesso palcoscenico, dalla Compagnia Fortunato-Fantoni, possiamo rivelare che, in realtà, si tratta di un copione germanico preespressionista, scritto dall’ebreo tedesco Karl Sternheim, qualcosa come cinquantotto anni fa, nel 1911; a intenzione crudamente satirica, figurante quale prima giornata di una trilogia che racconta la storia di una famiglia piccolo-borghese, morsa dalla tarantola dell’ascesa sociale; e che, lungo un sardonico itinerario di compromessi, ipocrisie, do ut des, colpi bassi e via discorrendo, un gradino dopo l’altro, dà la scalata alla ricchezza, alla considerazione morale, alla potenza economica, fino ad assidersi al banchetto del grande mandarinato industriale che dominava la Germania guglielmina ante prima guerra mondiale: quello, sapete, che da un verso fabbricava le bambole di porcellana che chiudevano gli occhi; e, dall’altro, i cannoni più potenti del mondo da accatastare in casa per il momento buono, battezzandoli col nome gentile delle signorine Krupp.
Quella dello Sternheim è una satira del sistema fatta, come si direbbe oggidì, da un “integrato”, all’interno del sistema stesso; era figlio di un banchiere, pensate un po’. Satira della borghesia compiuta da un borghese, in altre parole: uno dei tanti cadetti ribelli, i contestatori del tempo, nulla è nuovo sotto la volta celeste. Feroce critica sociale non priva di teutonica pesantezza, sferrata non da un punto di vista marxistico, bensì da una concezione irrimediabilmente pessimistica dell’uomo, per sua natura egoista, disumano, brutale, e privo di scrupoli e incoronato di falsi idealismi inconcludenti.
Si tratta, se vogliamo, di una tipica posizione naturalistica. E se si è parlato piuttosto sforzatamente di espressionismo è stato per una metà dovuto alla tendenza, tipica di quel movimento, di annettersi il maggior numero possibile di territori limitrofi; e, per l’altra metà, a causa, effettivamente, di taluni innegabili caratteri di lontana parentela – successe la stessa cosa, in un ambito immensamente più elevato ed esteso, ad August Strindberg –: la esasperazione, tipicizzata fino all’inverosimile, dei personaggi, analoga, per intenderci, allo scorticante libellismo caricaturale dei disegni di Grosz; la icastica condensazione della scrittura, la deformazione parodistico-sarcastica delle azioni e del dialogo, spinti all’assurdo e così via. Mi rendo conto che sessant’anni fa la commedia possa essere apparsa scandalisticamente coraggiosa, un colpo d’ariete contro l’ottusa immobilità bempensante. Ma sessant’anni sono molti anche per una commedia celebre, d’una celebrità sulla quale, poi, non è nemmeno il caso di esagerare. Benché sfiorita, quella che conserva ancora è una certa carica aggressiva di eloquio.
Quanto al motivo che la mette in moto, figurarsi, in tempi di minigonna con biancheria disotto assente, che effetto può ancora fare l’incidente di una signora che, durante una cerimonia, perde le mutande. Ciò basta a circonfondere la protagonista e il suo ambiente di un’aura di elettrizzante esaltazione scandalosa, con tutta un’efflorescenza di sogni di gloria peccaminosa e di fantasie erotiche e romantiche, approdanti al più banale e squallido nulla di fatto nella realtà, a scorno ed onta di una meschina umanità sulla quale trionfa, tronfio e inconsapevole del pericolo corso, il meschino marito, impiegatuccio tutto intento al piccolo cabotaggio dei suoi miserevoli interessi pratici e arrampicatorii ai primi passi. Che, poi, alla resa dei conti si riducono ad affittar bene due camere ammobiliate, a “farsi” una zitella brutta come la notte e a potersi, finalmente, permettere il lusso di render madre la propria moglie, ed è la sola – o quasi – unghiata veramente sardonica che sopravvive nel copione.
Che l’autore, personalmente, si ritenesse il Molière della Germania, pazienza, affari suoi, sono i misteri dell’anima teutonica; ciò che riesce incredibile prima ancora che ridicolo è leggere a caratteri di scatola attraverso la “locandina” dello spettacolo che egli “sventolando la biancheria intima di una signora aggredisce con grottesca comicità la società borghese e apre la strada a Brecht”. Testuale! Ma che, scherziamo? E Becque e Ibsen e Strindberg e lo stesso nostro Praga, allora? Mah, follie da impegnati.
Il regista Luca Ronconi – scene e costumi, assai gustosi, sono di Enrico Job – ha preso alla lettera l’iperbole paradigmatica del copione, tradotto da Giorgio Zampa, imprimendogli il sopratono, alla lunga monotono, di una violenta frenesia farsesca; in ciò secondato a dovere da Sergio Fantoni eccellente artefice del ritratto denigratorio d’un’anima volgare; da Valentina Fortunato costretta tutta la sera ad aggirarsi in un assurdo grottesco, dalla lepidissima Pina Cei, applaudita a scena aperta, dall’elettrico Antonio Casagrande e dall’epilettico Roberto Herlitzka, in un tour de force massacrante. Il pubblico c’è stato e quindi tutto in regola.
© Sipario 2011

venerdì 13 novembre 2009

Paolo Poli



Ha compiuto 80 anni il 23 maggio ed è tuttora attivissimo sulle scene; riportiamo qui i suoi lavori teatrali nel periodo considerato, ma ha fatto anche televisione nel 1960 con Laura Betti nel ruolo di cantastorie nello sceneggiato Tutto da rifare pover' uomo, conduttore di Canzonissima nel 1961/62, e molti programmi per ragazzi.

# 1958 - Finale di partita, di Samuel Beckett
# 1959 - Sorveglianza speciale, di Jean Genet
# 1960 - Mamma voglio il cerchio
# 1960 - Il novellino
# 1962 - Il Diavolo
# 1963 - Paolo Paoli
# 1964 - Il mondo d'acqua, di Aldo Nicolaj
# 1964 - Il candelaio, di Paolo Poli e Ida Omboni da Giordano Bruno
# 1965 - Un Milione
# 1966 - Rita da Cascia
# 1967 - Il suggeritore nudo, di Filippo Tommaso Marinetti
# 1968 - La nemica, di D. Niccodemi
# 1968 - "Brasile" con Marco Messeri
# 1969 - Tito Andronico con Marco Messeri
# 1969 - La rappresentazione di Giovanni e Paolo
# 1969 - Carolina Invernizio

domenica 4 ottobre 2009

Luca Ronconi



Il 4 luglio 1969, a Spoleto, in occasione del Festival dei due mondi debutta l'adattamento di Sanguineti di alcuni episodi dell'Orlando Furioso con la regia di Luca Ronconi.
La novità assoluta dell'impianto teatrale: l'azione è frammentata in diverse scene che si svolgono contemporaneamente in mezzo al pubblico, che può muoversi liberamente.

Le scenografie di Vittorio Ceroli, utilizzano ampiamente macchine teatrali che fanno volare sopra le teste degli spettatori un ippogrifo metallico e altri arredi scenici.
Lo spettacolo viene portato poi nelle piazze con grande successo.
Inutile dire che la versione televisiva del 1975 (da cui è tratto il video) ne snatura completamente il senso.

giovedì 30 luglio 2009

Teorema



Nato come libro e poi trasposto in film, Teorema è indubbiamente l'opera cinematografica che meglio riflette lo spirito dell'anno, anche se non bisogna dimenticare Nostra Signora dei Turchi (nata come opera teatrale di Carmelo Bene) e Galileo di Liliana Cavani, entrambi presentati a Venezia scossa da una turbolenta contestazione partita già in occasione della Biennale d'arte contemporanea.

domenica 12 luglio 2009

Il Living Theatre



Arrivato in Italia nel 1961, il Living Theatre ha recitato in centinaia di paesi, piccoli e grandi, spesso in luoghi (cantieri, scuole, strade...) e contesti poco usuali. La compagnia ha portato così al pubblico italiano opere che hanno cambiato la fisionomia del teatro moderno, in cui predomina la ricerca collettiva degli attori e delle attrici e l'interazione creativa con il pubblico presente. Complessivamente, il Living Theatre ha rappresentato più di 80 produzioni, recitate in diverse lingue e in 25 paesi. Il gruppo lavora sempre in maniera autonoma e collettiva, con la direzione di Judith Malina e di Hanon Reznikov (mancato nell'Aprile 2008), subentrato nel 1985 a Julian Beck, dopo la scomparsa di quest'ultimo. Dal 1999 al 2004 la sede europea del Living Theatre è stata presso Rocchetta Ligure, in val Borbera in Piemonte.

Il filmato non rende giustizia a questa compagnia teatrale che solo dal vivo sapeva comunicare allo spettatore un senso di appartenenza e una carica rivoluzionaria tipica di quegli anni.
Parlano, non sempre appoggiandosi alla struttura portante di un racconto, del male di vivere della società contemporanea, della violenza che la permea, degli arbitrii e dei soprusi del potere. Cercano di restituire al teatro la sua funzione di momento privilegiato, rituale, della collettività, riallacciandosi cosi alle sue origini e gettando le basi per una sua rifondazione: e ottiene questo rimettendolo in contatto diretto, di pelle, con le ossessioni, le speranze, le paure del quotidiano. Il teatro diviene così, almeno nelle intenzioni, il luogo della coscienza collettiva, la tribuna di un discorso rivoluzionario, lo specchio di un'epoca, la sede della catarsi, la possibile prefigurazione di un mondo nuovo. Confluiscono in questi spettacoli il messianismo ebraico, le inquietudini dell intellighenzia newyorkese di questi anni, le prospettive utopi-che che sottendono le rivolte giovanili del periodo. Tutto un pubblico, in buona parte giovane, si sente per la prima volta non più testimone passivo di un fatto estetico, ma ne diventa realmente partecipe, lo vive insomma di persona. In Italia il Living suscita imitazioni volonterose e adesioni entusiaste, ma porta soprattutto in primo piano una volontà di rinnovamento del teatro che già si è manifestata negli ardimentosi e irrequieti esperimenti delle cosiddette cantine romane, e contribuisce a creare intorno a essa una rete di consensi. Scarsa è tuttavia la sua influenza diretta sulle personalità più rilevanti di questo movimento, che sono Carmelo Bene. Mario Ricci. Carlo Quartucci e Leo De Berardinis. Accomuna costoro il rifiuto del teatro cosi com è. il desiderio di rimetterne in discussione tutti gli elementi linguistici, il richiamo alle potenzialità delle avanguardie storiche. il contatto diretto con le esperienze più avanzate delle arti figurative, la passione di sconcertare e spiazzare lo spettatore offrendogli eventi la cui fruibilità passa attraverso una disponibilità non soltanto mentale. Gli esponenti più significativi di questo "nuovo teatro si riuniscono a convegno a Ivrea nel giugno 1967. Per la prima volta si pone un'alternativa alle concezioni teatrali dominanti. Ma è un inizio. Appare chiaro che da questo momento in avanti il teatro non potrà più essere la stessa cosa: sono aperte le porte agli esperimenti più arditi. Ettore Capriolo