domenica 16 agosto 2009

Woodstock



Barnard Collier del New York Times, avrebbe raccontato che i redattori a New York lo incitavano a sottolineare i blocchi stradali, le sistemazioni improvvisate, l'uso di droghe fra i ragazzi, e la presunta aggressività di alcuni di loro.

Collier ha ricordato: "Ogni redattore, fino al redattore capo James Reston, insisteva perché il tono del reportage indicasse una catastrofe sociale in corso. Era difficile persuaderli che la mancanza di incidenti seri e l'affascinante cooperazione, premura e correttezza di così tante persone era il punto significativo. Ho dovuto rifiutarmi di scrivere quella storia se non avesse potuto riflettere in larga parte la mia convinzione di testimone oculare, che 'pace e amore' era la cosa davvero importante, non le opinioni preconcette dei giornalisti di Manhattan. Dopo molte telefonate acrimoniose, gli editors acconsentirono a pubblicare la storia come la intendevo, e benché aneddoti di ingorghi stradali e piccole illegalità fossero raccontati quasi all'inizio degli articoli, i miei pezzi erano permeati dall'atmosfera autentica di quella assemblea. Dopo che la descrizione della prima giornata comparve sulla prima pagina del [New York] Times, molti riconobbero che caso sorprendente e bello stesse avvenendo".

Ma benché l'atmosfera del festival fosse straordinariamente serena, si ha notizia di due decessi a Woodstock: uno probabilmente causato da un'overdose di eroina, e la morte accidentale di un partecipante che dormiva nel sacco a pelo, in un campo di fieno limitrofo, quando fu investito da un trattore.

Sembra anche che avvennero due nascite (in un'auto ferma nel traffico e in un elicottero) e quattro aborti spontanei.

domenica 9 agosto 2009

Palinsesto TV

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Qualche considerazione sul palinsesto di una settimana televisiva a caso del 1969 (trovate la scansione delle foto su flickr all'indirizzo soprariportato e potete lasciare anche i vostri commenti.

Nel 1969 vediamo già presente il secondo canale, le cui trasmissioni iniziano però solo in ore serali, la mattina sul nazionale è dedicata a trasmissioni scolastiche, il telegiornale delle 13 e 30 è un'acquisizione recente (1968), poi ancora trasmissioni scolastiche fino alle 17.

Qui una fascia per i più piccoli e poi la Tv dei ragazzi, documentari e rubriche di vario genere fino al telegiornale delle 20 e 30, Carosello alle 20 e 50 (ne parleremo più diffusamente); poi laprogrammazione serale: il classico film del lunedì, una commedia con Cesco Baseggio, il varietà del sabato sera con Caterina Valente, il teleromanzo la domenica (qui il famoso dr. Jekyll con Albertazzi).

Sul secondo, dibattiti su temi di attualità, uno spazio giovani, un secondo film, un po' di sport, un corso di inglese, Nero Wolfe con Tino Buazzelli e Paolo Ferrari e Settevoci con Pippo Baudo la domenica.

Ovviamente le private sono ancora di là da venire (arriveranno nel 1975) e siamo ancora rigorosamente in bianco e nero, la pubblicità è divisa in vari momenti della giornata con brevi spot dai 10 ai 40 secondi, con carosello che fa la parte del leone fino al 1977, quando le TV private ne decreteranno la morte.

Questa soluzione tutta italiana, perciò invisa alle agenzie filoamericane, prevede uno "spettacolino" di un centinaio di secondi e un "codino" pubblicitario di 30 secondi al massimo, per un totale di 2 minuti e 15 secondi moltiplicati per 4, poi 5 prodotti per serata senza mai repliche e a distanza di almeno una settimana l'uno dall'altro.

Questa formula permette una estrema varietà di soluzioni (si pensi adesso quante volte si vede lo stesso spot nel corso della stessa trasmissione) ed è inevitabilmente costosa visto che ogni settimana si deve mettere in cantiere un nuovo spot, il cui costo va a sommarsi ai circa due milioni di lire di allora per l'acquisto dello spazio.

Probabilmente anche per questo si ricorre alla soluzione più economica del cinema di animazione che conosce così la sua stagione migliore fornendo lavoro a diversi studi (Paul Campani a Modena, Guido De Maria a Bologna, Bruno Bozzetto e Toni Pagot a Milano).

Comunque sia, si tratti di animazione o di scenette con attori in carne ed ossa, è indubbio che l'immaginario collettivo italiano si unifica e si rafforza proprio attorno a questi archetipi sotto forma di sigle musicali, locuzioni verbali, situazioni topiche che hanno percorso interamente tutti gli anni '60.

sabato 8 agosto 2009

Riforma scolastica


universita di bondenocom Di fronte alle richieste provenienti dagli studenti, il governo sembra annaspare e stenta a produrre qualcosa di organico.
Il ministro della pubblica istruzione Gui presenta il decreto legge n.2314, bollato immediatamente dagli studenti come il "famigerato 2pigreco" che riprende la proposta della commissione Ermini e le proposte di Fiorentino Sullo che torna al governo nel 1968, come ministro della Pubblica Istruzione nel III Governo Rumor, ma si dimette dopo pochi mesi. Non disponendo di tempi tecnici per poter portare a compimento una riforma dell'istruzione secondaria e di quella universitaria, riesce ad adottare alcuni provvedimenti settoriali (nuovo esame di maturità, moltiplicazione delle sessioni di esame, possibilità di adottare dei piani di studio individuali, diritto di assemblea studentesca nelle scuole superiori, eccetera), in parte rimasti tuttora in vigore.
La legge vede la luce solo l'11 novembre 1969 col ministro Riccardo Misasi (allora istruzione e università erano riuniti sotto un unico dicastero) che aggiunge la liberalizzazione degli accessi all'università, quella dei piani di studio e la riforma "sperimentale" dell'esame di maturità.

Per capire la portata di questo provvedimento va considerato che all'epoca l'università italiana aveva circa 3000 professori di ruolo (i c.d. baroni a capo dei dipartimenti che si spartivano gli scarsi finanziamenti per la ricerca) governando su circa 7000 assistenti di ruolo e circa 4000 assistenti straordinari e incaricati.

L'OCSE, così descrive in un rapporto del 1969 la situazione dell'Università italiana:
« L'Università dispone di mezzi globalmente insufficienti, non solo per adempiere alla sua missione di insegnamento, ma soprattutto per far fronte ai suoi compiti di ricerca. Tenuto conto del numero attuale degli studenti e del prevedibile aumento degli effettivi e confrontando la situazione con quella di altri Paesi europei industrializzati, si può affermare che l'Università dispone soltanto di un terzo delle risorse necessarie per far fronte ai suoi impegni ».
« I testi legislativi e regolamentari che reggono l'Università sono stati elaborati in un'epoca in cui la ricerca era artigianale e concepita come il complemento dell'attività didattica. Nessun testo è intervenuto nell'epoca moderna per riorganizzare questo settore della ricerca scientifica. La conseguenza è una certa confusione ». « Si tratta di un settore molto vasto ed eterogeneo che comprende sia unità di ricerca moderne vicine all'optimum dimensionale, e di valore internazionale, sia centri poco o nulla organizzati nei quali la ricerca si sviluppa a livello individuale... Gli istituti sono diretti da un professore di ruolo che assicura la gestione amministrativa e la direzione scientifica. Ma gli istituti non sono dotati di personalità giuridica e di autonomia finanziaria; al massimo dispongono di autonomia contabile... In tali condizioni il direttore dell'istituto non dispone di alcun mezzo giuridico per lo sviluppo del suo centro di ricerca ».
« E' sorprendente constatare che il numero degli istituti è spesso superiore a quello dei professori titolari di cattedra, fatto questo che mette in luce la loro eccessiva dispersione ». « Anche la struttura della Università italiana e la mentalità degli amministratori sono responsabili di questa situazione. E' stato scritto severamente: "II sistema di cooptazione universitaria modella la mentalità dei professori, la conquista della cattedra è la meta finale che essi perseguono; questa conferisce loro uno spirito di disimpegno e di individualismo, il professore sì considera membro di una 'corporazione', nella quale è riuscito ad entrare dopo molte difficoltà; un istituto di ricerca è la dote che pretende; ...è una dote miserabile, ma permette al professore di esercitare la propria sovranità" ». « Solo un governo energico potrebbe modificare profondamente e rapidamente questa situazione, sopprimendo gli istituti meno efficienti; ci si scontrerà allora con violente opposizioni locali... Questa riforma sarà tanto più difficile a realizzarsi in quanto i professori universitari, divisi sull'opportunità e le modalità di questa riforma, non sono disposti a vedersi imporre dall'esterno profondi cambiamenti nell'ambito del loro statuto. Come è stato detto, essi costituiscono un potere nello Stato; il loro prestigio sociale, dovuto non solamente alla loro autorità intellettuale e alla loro libertà di spirito, ma anche alle numerose relazioni che essi intrecciano, al di fuori dell'università, nel mondo degli affari e specialmente della politica, è tale, che un governo, nell'occuparsi dell'Università, deve dar prova di grande autorità ».
Rapporti con l'industria privata
« Per ragioni che dipendono principalmente dalla mentalità delle parti in causa, la collaborazione tra industria e università è molto poco sviluppata. Nel 1963, l'l,7% delle spese di ricerca dell'insegnamento superiore è stato finanziato dalle imprese. Gli industriali sentono raramente il bisogno di rivolgersi agli istituti universitari. Se le loro imprese sono di dimensioni ridotte, essi non hanno interesse per la ricerca fondamentale e non sono, in ogni caso, mentalmente preparati a stabilire dei rapporti con l'università; se invece le loro imprese sono importanti, essi si sforzano di creare propri laboratori di ricerca e di associarvi, all'occasione, i professori competenti. I professori sono spesso sollecitati, a titolo personale, a dare consulenze alle grandi imprese private; ma in questi casi si tratta più che di una collaborazione università-industria a livello della ricerca scientifica propriamente detta, di un processo sociologico di unione tra due categorie della classe dirigente italiana: i professori universitari da una parte, e grandi capi d'industria dall'altra ».
Ricerca e insegnamento
« Non è esageralo affermare che l'Università italiana non ha ricercatori, poiché la maggior parte dei ricercatori universitari sono prima di tutto insegnanti; non spetta a noi pronunciarci in linea di principio sulle relazioni che dovrebbero intercorrere tra le funzioni dell'insegnamento e quelle della ricerca; possiamo soltanto osservare che questo dualismo di funzioni influisce sui temi e sui mezzi delle ricerche intraprese in questo quadro, ricerche che sono essenzialmente fondamentali e libere, quindi per loro natura difficili a programmarsi e ad articolarsi secondo la necessità dei settori produttivi ».
Il sistema di scelta dei professori « dà luogo inevitabilmente, come tutti i sistemi di reclutamento di questo tipo, ad un certo nepotismo, ad un maltusianismo, ad un conservatorismo spesso criticati... I professori titolari sono inamovibili. Essi sono autorizzati ad esercitare le funzioni pubbliche e privale corrispondenti alla loro competenza, ossia le funzioni di consulenza e le professioni libere corrispondenti alle discipline che insegnano (avvocato, architetto ecc.). Molti ritengono che questa situazione dia luogo ad abusi. Il titolo di professore universitario spesso corrisponde in pratica ad un diritto che il suo titolare non esercita ».

Fonte : Tempo illustrato 1 marzo 1969

La marea di studenti così "liberati" rifluirà massicciamente in una struttura inadatta ad accoglierli, anche solo fisicamente, e non in grado di fornire loro anche quella preparazione di base che la politica degli indirizzi almeno dava per scontata.

mercoledì 5 agosto 2009

Erotismo



Eroine di carta e icone erotiche si rincorrono nelle pagine dei giornali, nei libri fino a suggerire un nuovo modello di donna, a volte anche androgina, non più "bambola" nelle mani del maschio.

Tu mi fai girar
tu mi fai girar
come fossi una bambola
poi mi butti giù
poi mi butti giù
come fossi una bambola
Non ti accorgi quando piango
quando sono triste e stanca tu
pensi solo per te

No ragazzo no
No ragazzo no
del mio amore non ridere
non ci gioco più
quando giochi tu
sai far male da piangere
Da stasera la mia vita
nelle mani di un ragazzo no,
non la lascerò più

No ragazzo no
tu non mi metterai
tra le dieci bambole
che non ti piacciono più
oh no, oh no


Gli editori rispolverano classici come il Delta di Venere di Anais Nin, assieme a una pletora di pubblicazioni di basso livello con eroine sempre meno vestite.

Lo stesso Fellini, col suo Satyricon, si inserisce in questo filone che, negli anni '70, produrrà una serie infinita di varianti scollacciate della commedia all'italiana.

Angelica di Anne e Serge Golon



Favorita dalle edizioni pocket della Garzanti e dalle 5 trasposizioni cinematografiche dove viene impersonata da Michele Mércier, il personaggio di Angelica è un po' il contraltare femminile di James Bond.

Nata nel 1964 in terra di Francia, le sue avventure hanno il taglio del feuilleton aggiornato ai tempi che vogliono la donna attiva protagonista anche se le sue armi sono tipicamente femminili così come le sue ambizioni.

Quello che ne decreta il successo è il collocarsi al di fuori degli schemi angloamericani di dark-lady, assomigliando più alla nostrana Valentina di Guido Crepax o alle (da noi praticamente sconosciute) Jodelle e Pravda del fumettista belga Guy Peellaert (1934-2008), in cui sesso ed erotismo diventano una componente esplicita come mai prima era stato consentito.

sabato 1 agosto 2009

Unità sindacale

Nel dicembre del 1967 CGIL,CISL e UIL si accordano per chiedere unitariamente al governo una riforma pensionistica che preveda, al compimento dei 40 anni di attività lavorativa, una pensione pari all'80% della retribuzione media dell'ultimo triennio e proclamano per questo uno sciopero generale il 15 dicembre.

Sarà il primo di una serie di scioperi generali per una legge che sarà varata il 30 aprile 1969 che vede il sindacato cercare di assumere un ruolo centrale rispetto ai partiti che ormai sembrano invischiati in questioni interne di poco conto di fronte ad una base che chiede di "contare" di più nel paese e che troveranno espressione nel c.d. autunno caldo.

L'autunno caldo per definizione è la realtà di lotte sindacali operaie che si sviluppa a partire dall'autunno del 1969 in Italia. La grande mobilitazione sindacale, figlia del clima politico del Sessantotto, viene determinata dalla scadenza triennale dei contratti di lavoro, in particolar modo relativi alla categoria dei metalmeccanici.

In questo periodo le rivendicazioni salariali spontanee nelle grandi fabbriche si alleano alle agitazioni studentesche che reclamano un generalizzato "diritto allo studio" per tutti gli strati sociali. L'azione combinata del movimento degli studenti e degli operai costrinse il sindacato a recuperare la testa del movimento spontaneo.

I rapporti di forza, le tecniche di sciopero, l'astensione dal lavoro e dallo studio, le occupazioni di fabbriche e scuole coordinate da una nuova coscienza politica e partecipativa permise di formalizzare negli anni successivi conquiste sociali di rilievo, prima fra tutte lo Statuto dei lavoratori.


Oro e dollaro



In pratica il sistema progettato a Bretton Woods (1944) era un gold exchange standard, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all'oro.

Gli accordi di Bretton Woods favorirono un sistema liberista, il quale richiede, innanzitutto, un mercato con il minimo delle barriere e la libera circolazione dei capitali privati. Quindi, anche se vi furono delle divergenze sulla sua implementazione, fu chiaramente un accordo per un sistema aperto.

Tutti gli accordi derivati direttamente o indirettamente da Bretton Woods non prevedevano un corretto controllo sulla quantità di dollari emessi, permettendo così agli USA l'emissione incontrollata di moneta, fatto contestato più volte da Francia e Germania in quanto gli USA esportavano la loro inflazione, impoverendo perciò il resto del mondo.

Nel marzo 1968, in previsione di una svalutazione del dollaro, ci sono massicce richieste di conversione di dollari in oro, che le banche centrali si erano impegnate a mantenere a 35 dollari l'oncia (31,1 grammi); enormi quantità d'oro escono dai forzieri per affluire nelle tasche dei privati e il prezzo sale a 44 dollari l'oncia, svuotando le riserve e svalutando di fatto il dollaro.

A questo punto il pool delle banche si scioglie e lascia libero il mercato di fluttuare secondo le richieste di mercato, impegnando solo le banche centrali a regolare le transazioni internazionali al valore standard dei 35 dollari/oncia.


Poi la guerra in Vietnam, che fa aumentare fortemente la spesa pubblica americana, mette in crisi il sistema: di fronte all'emissione di dollari e al crescente indebitamento americano, aumentano le richieste di conversione delle riserve in oro. Ciò spinge il 15 agosto 1971, a Camp David, il presidente statunitense Richard Nixon, ad annunciare la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Le riserve americane si stavano pericolosamente assottigliando: il Tesoro americano aveva già erogato 90.000 tonnellate di oro. Nella gestione del Fondo Monetario Internazionale erano già operativi i Diritti Speciali di Prelievo con un valore puramente convenzionale di un diritto speciale di prelievo per un dollaro.

Arriviamo così ai giorni nostri in cui la variante è che si sta discutendo di un "paniere" di monete da sostituire al dollaro in queste transazioni virtuali.
Di fatto oggi il valore di ciascuna moneta è puramente convenzionale.

Il 4 giugno 1963, il presidente John Fitzgerald Kennedy (Brookline, 29 maggio 1917 – Dallas, 22 novembre 1963) firmò l'ordine esecutivo numero 11110 che dava al Ministero del Tesoro il potere "di emettere certificati sull'argento contro qualsiasi riserva d'argento, argento o dollari d'argento normali che erano nel Tesoro". L'ordine di Kennedy riportava in mano allo stato il potere di emettere moneta, senza doverla "chiedere in prestito" alla Federal Reserve. Complessivamente, Kennedy mise in circolazione banconote per 4,3 miliardi di dollari garantite da riserve in argento. Kennedy scelse come riserva monetaria l'argento. La moneta nel progetto di Kennedy aveva costo zero per lo Stato (invece che indebitarsi verso la FED) in quanto i certificati d'argento erano dollari USA, non obbligazioni sulle quali lo Stato pagava gli interessi. Viceversa la moneta della FED era prestata al Governo applicando un tasso di interesse. Diversamente dalla moneta della FED, era poi una moneta convertibile. Con il provvedimento, il Tesoro statunitense tornava ad emettere moneta come era avvenuto dalla fine della guerra di secessione fino agli anni '30, prima della costituzione della Federal Reserve.