Per chi si è formato negli anni '60, per chi è affezionato a quel periodo, per chi studia quel periodo.
giovedì 14 aprile 2011
Complesso militare-industriale
Nel suo discorso d'addio il presidente degli Stati Uniti, mette in guardia la nazione contro lo strapotere del "complesso militare-industriale", espressione usata qui per la prima volta
Eisenhower's Farewell Address Jan 17, 1961
martedì 5 aprile 2011
Critica militante
Il testo è stato portato in scena di recente dalla regista Monica Conti (forse in occasione del centenario ).
Quello che ci interessa in questa sede è riportare un testo di critica dell'epoca, che potremmo definire militante e non accomodante, tanto per far sentire lo spirito del 1969.
| Mutande (Le) di Karl Sternheim La Notte, 28 marzo 1969 Salvo errori ed omissioni, questa medesima commedia dal titolo che è tutta una promessa di palpabili godurie: Le mutande (da donna, beninteso!) l’abbiamo vista alcune estati fa all’Odeon, a firma Gigi Lunari, recitata in milanese annacquato da Piero Mazzarella e Tino Scotti, sotto la dizione – oh, finezza! – ingentilita dal diminutivo e involgarita dal plurale: Per un paio di mutandine. Allora, dava il suono di una ritardataria pochade dialettale, fatta alla buona con materiali casalinghi unicamente per il refrigerio serotino dei bravi meneghini con le mogli al mare, rimasti nell’asfalto della città ad arrostirsi. Ora che la si dà nuovamente, sullo stesso palcoscenico, dalla Compagnia Fortunato-Fantoni, possiamo rivelare che, in realtà, si tratta di un copione germanico preespressionista, scritto dall’ebreo tedesco Karl Sternheim, qualcosa come cinquantotto anni fa, nel 1911; a intenzione crudamente satirica, figurante quale prima giornata di una trilogia che racconta la storia di una famiglia piccolo-borghese, morsa dalla tarantola dell’ascesa sociale; e che, lungo un sardonico itinerario di compromessi, ipocrisie, do ut des, colpi bassi e via discorrendo, un gradino dopo l’altro, dà la scalata alla ricchezza, alla considerazione morale, alla potenza economica, fino ad assidersi al banchetto del grande mandarinato industriale che dominava la Germania guglielmina ante prima guerra mondiale: quello, sapete, che da un verso fabbricava le bambole di porcellana che chiudevano gli occhi; e, dall’altro, i cannoni più potenti del mondo da accatastare in casa per il momento buono, battezzandoli col nome gentile delle signorine Krupp. Quella dello Sternheim è una satira del sistema fatta, come si direbbe oggidì, da un “integrato”, all’interno del sistema stesso; era figlio di un banchiere, pensate un po’. Satira della borghesia compiuta da un borghese, in altre parole: uno dei tanti cadetti ribelli, i contestatori del tempo, nulla è nuovo sotto la volta celeste. Feroce critica sociale non priva di teutonica pesantezza, sferrata non da un punto di vista marxistico, bensì da una concezione irrimediabilmente pessimistica dell’uomo, per sua natura egoista, disumano, brutale, e privo di scrupoli e incoronato di falsi idealismi inconcludenti. Si tratta, se vogliamo, di una tipica posizione naturalistica. E se si è parlato piuttosto sforzatamente di espressionismo è stato per una metà dovuto alla tendenza, tipica di quel movimento, di annettersi il maggior numero possibile di territori limitrofi; e, per l’altra metà, a causa, effettivamente, di taluni innegabili caratteri di lontana parentela – successe la stessa cosa, in un ambito immensamente più elevato ed esteso, ad August Strindberg –: la esasperazione, tipicizzata fino all’inverosimile, dei personaggi, analoga, per intenderci, allo scorticante libellismo caricaturale dei disegni di Grosz; la icastica condensazione della scrittura, la deformazione parodistico-sarcastica delle azioni e del dialogo, spinti all’assurdo e così via. Mi rendo conto che sessant’anni fa la commedia possa essere apparsa scandalisticamente coraggiosa, un colpo d’ariete contro l’ottusa immobilità bempensante. Ma sessant’anni sono molti anche per una commedia celebre, d’una celebrità sulla quale, poi, non è nemmeno il caso di esagerare. Benché sfiorita, quella che conserva ancora è una certa carica aggressiva di eloquio. Quanto al motivo che la mette in moto, figurarsi, in tempi di minigonna con biancheria disotto assente, che effetto può ancora fare l’incidente di una signora che, durante una cerimonia, perde le mutande. Ciò basta a circonfondere la protagonista e il suo ambiente di un’aura di elettrizzante esaltazione scandalosa, con tutta un’efflorescenza di sogni di gloria peccaminosa e di fantasie erotiche e romantiche, approdanti al più banale e squallido nulla di fatto nella realtà, a scorno ed onta di una meschina umanità sulla quale trionfa, tronfio e inconsapevole del pericolo corso, il meschino marito, impiegatuccio tutto intento al piccolo cabotaggio dei suoi miserevoli interessi pratici e arrampicatorii ai primi passi. Che, poi, alla resa dei conti si riducono ad affittar bene due camere ammobiliate, a “farsi” una zitella brutta come la notte e a potersi, finalmente, permettere il lusso di render madre la propria moglie, ed è la sola – o quasi – unghiata veramente sardonica che sopravvive nel copione. Che l’autore, personalmente, si ritenesse il Molière della Germania, pazienza, affari suoi, sono i misteri dell’anima teutonica; ciò che riesce incredibile prima ancora che ridicolo è leggere a caratteri di scatola attraverso la “locandina” dello spettacolo che egli “sventolando la biancheria intima di una signora aggredisce con grottesca comicità la società borghese e apre la strada a Brecht”. Testuale! Ma che, scherziamo? E Becque e Ibsen e Strindberg e lo stesso nostro Praga, allora? Mah, follie da impegnati. Il regista Luca Ronconi – scene e costumi, assai gustosi, sono di Enrico Job – ha preso alla lettera l’iperbole paradigmatica del copione, tradotto da Giorgio Zampa, imprimendogli il sopratono, alla lunga monotono, di una violenta frenesia farsesca; in ciò secondato a dovere da Sergio Fantoni eccellente artefice del ritratto denigratorio d’un’anima volgare; da Valentina Fortunato costretta tutta la sera ad aggirarsi in un assurdo grottesco, dalla lepidissima Pina Cei, applaudita a scena aperta, dall’elettrico Antonio Casagrande e dall’epilettico Roberto Herlitzka, in un tour de force massacrante. Il pubblico c’è stato e quindi tutto in regola. | |
© Sipario 2011 |
lunedì 4 aprile 2011
Miracolo economico
L'Italia che cambia from fuori quadro on Vimeo.
Lo sviluppo dovuto alla ricostruzione post-bellica porta, negli anni '50, alla piena occupazione, alla stabilità monetaria, ad un favorevole assestamento della bilancia dei pagamenti con l'estero e all'espansione dei consumi privati; il concorso di tutti questi fattori fa sì che, all'inizio dei '60, si assiste ad uno sviluppo vertiginoso dell'economia e zone come Carpi , prima solo agricole e di emigrazione, sviluppano una vocazione industriale "alla cinese".
Come descritto dal filmato, infatti, l 'imprenditore tipo carpigiano parte da ambulante, poi si mette in proprio, decentra il lavoro alle magliaie che lavorano a casa propria e raccoglie settimanalmente dai 40 ai 50 capi che vengono poi rifiniti in fabbrica; man mano che le richieste aumentano, la fabbrica si ingrandisce fino ad avere un centinaio di operaie.
Sia le interne che le esterne guadagnano circa 60.000 lire al mese e la conduzione familiare dell'azienda consente di non ricorrere a retribuzioni di personale esterno, consentendo forti economie di scala e flessibilità nella produzione.
Il limite di tale modello è che non si investe in ricerca e sviluppo o in marketing e distribuzione, ma, come è poi successo, con la delocalizzazione e la globalizzazione si finisce poi con l' essere espulsi dal mercato.
giovedì 24 marzo 2011
1969, Gheddafi prende il potere
Fine anni sessanta: un colpo di Stato in Africa e nel mondo arabo non fa notizia, ma si tratta di un Paese che è stato possedimento italiano e la personalità del colonnello che (dopo le prime incertezze emerge come il rais. il capo della rivoluzione, presenta caratteristiche non comuni. È così che la rivoluzione degli "ufficiali liberi" libici, autori il 1° settembre 1969 di un colpo di Stato classico, incomincia a essere seguita con interesse in Italia e nel mondo. E interesse desta soprattutto il presidente del Consiglio del comando della rivoluzione che ha rovesciato re Idris e la monarchia. Muhammar Gheddafi. molto giovane, molto ascetico, molto radicale, ma sconosciuto a tutti. Chi è Gheddafi? È una domanda» che neppure a distanza di tempo, nonostante i libri dedicati alla Libia rivoluzionaria e le biografie del suo leader, ha trovato una risposta convincente.
Di certo c'è solo che nel frattempo Gheddafi è diventato un protagonista, persino oltre i limiti oggettivi propri di un Paese con i mezzi umani. economici e tecnici della Libia.
Nel 1969 la Libia non è un Paese facile da descrivere e da decifrare: un Paese arretratissimo. con un immenso territorio semi-spopolato, con enormi somme a disposizione grazie al petrolio ma privo di quadri e di strutture sociali per utilizzare al meglio quella rendita ai fini di una politica di sviluppo. Re Idris, che è stato uno del protagonisti della resistenza anticoloniale,. appartiene a una classe e a una generazione che non hanno più molto da dire nel inondo arabo post-coloniale. Gheddafi e i suoi possono presentarsi a buon diritto come gli interpreti di una corrente che anche altrove sta prevalendo a spese del "vecchio” ordine .
Ma proprio l' insistito parallelo con Nasser — che Gheddafi vede come una specie di legittimazione valida per la Libia e per il mondo arabo — rischia di essere deviante, date le differenze fra Egitto e Libia e dato soprattutto il distacco che intercorre tra la rivoluzione libica del 1969 e la rivoluzione egiziana del 1952. I due grandi elementi di ispirazione dell'azione rivoluzionaria di Gheddafi sono il nazionalismo e la religione. Data la storia del popolo arabo, e dello stesso popolo libico, quei due elementi sono del resto strettamente associati, in ragione della funzione svolta dall' Islam in tutte le fasi dell' emancipazione nazionale. Per Gheddafi, però la dimensione a cui applicare quei valori non è circoscritta ai confini libici. Per questo Gheddafi — benché con poca fortuna — cerca di unificare la Libia con i Paesi vicini, rivolgendosi di volta m volta ali Egitto. al Sudan, alla Tunisia. Presentendo che la Libia è insufficiente alla sua leadership e alla carica della rivoluzione di cui è l' animatore, Gheddafi in un certo senso mette in palio la scomparsa della Libia pur di far avanzare un disegno di "liberazione" per tutto il mondo arabo e per tutto l' universo islamico. Islam e nazionalismo sono alla base anche della teoria della "terza via” che Gheddafi eleva a sistema per la sua rivoluzione e che codifica nel famoso Libro Verde.
Terza rispetto da una parte al capitalismo e dall'altra al collettivismo, ma orientata, per esplicita affermazione, al socialismo, appunto il "socialismo islamico" o "coranico ". un socialismo egalitario. partecipativo. che rifiuta l'interpretazione materialistica della storia e la lotta di classe. Non si può dire che tutti i presupposti ideologici nella pratica sono stati soddisfatti. Dovendo realizzare insieme la modernizzazione e la trasformazione della società, l'operazione si rivela quanto mai difficile, tanto più in una società dispersa come quella libica, toccala da una crescita tumultuosa, lacerata nei suoi valori originali dall'improvvisa ricchezza del petrolio. Da qui gli ondeggiamenti e le contraddizioni. Anche la concezione della leadership è stata rinnovala da Gheddafi. cosciente dei rischi di una direzione carismatica fine a se stessa, con una ardita alternanza fra "culto della personalità e "rivoluzione culturale" permanente allo scopo di coinvolgere il popolo tutto.
La rivoluzione libica ha effetti sconvolgenti nel Mediterraneo e nel Terzo Mondo per le iniziative del suo capo. Dopo i flirt a prima vista con l'Egitto di Nasser. anche i rapporti con i Paesi arabi sono spesso burrascosi. A Gheddafi si attribuisce una vocazione egemonica nei confronti dei Paesi a sud del Sahara e i suoi interventi nel Ciad sembrano essere una conferma. Sempre più cattivi si faranno col tempo i rapporti con gli Stati Uniti. che in certi periodi arriveranno a considerare la Libia
uno dei fattori eversivi principali a livello mondiale. Gheddafi si indirizzerà così verso un'alleanza impropria con l'Urss. che tuttavia non darà mai l' impressione di voler coprire tutte e sempre le politiche del colonnello. Resta il rapporto con l'India di odio-amore, di necessità, pieno di controversie, eppure più forte di tutte le crisi e di tutti gli strappi.
Giampaolo Calchi .Novati in 30 anni della nostra storia, 1969 p.31
domenica 13 febbraio 2011
Materialismo spicciolo
Nel 1960 l'ITALIA conta 50.045.000 ABITANTI di cui Attivi 19.367.000 (38,7%), ripartiti in Agricoltura 29,1%, Industria 40,6%, Servizi 30,3 %
(per la prima volta l'industria e i servizi superano gli addetti all'agricoltura)
II prodotto lordo: Agricoltura 12,5% Industria 38,6%, Terziario 37,5%, Amministrazione pubblica 11,4 %
Nella popolazione italiana quelli non attivi 30.678.000 ( 61,3 %).
Stipendio di un operaio circa 47.000 (30.000 un contadino, 12.000 una mondina) Costo giornale £ 30. Biglietto del Tram £ 35. Tazzina Caffè £ 50- Pane £ 140 al kg. Latte £ 90. Vino al litro £ 130. Pasta al kg £. 200. Riso la kg £ 175. Carne di Manzo
al kg. £ 1400. Zucchero al kg £ 245. Benzina £ 120.1 grammo di Oro £ 835. Un giorno di pensione tutto compreso a Rimini costa lire 600 (dall'Annuario Enit).
La paga oraria di un operaio è di 144 lire all'ora. Può acquistare con queste lire due etti di mortadella che costano 72 lire l'etto (quella più venduta (60%) marca Galbani, bollino rosso.c'é poi il bollino verde a lire 50 l'etto (30%) e i più
spendaccioni acquistano quella bollino oro, 90-100 lire etto.
(c'era il "miracolo" ma molti dicono che il "miracolo" era lo stare in piedi al lavoro 8-10 ore mangiando solo mortadella o la frittata di un uovo).
Nel 1969, alla fine del decennio,il governo i sindacati impongono orari, salarì, festività, commissioni interne, alle grandi imprese ed è una manna per i piccoli improvvisati imprenditori; si fregano le mani dalla gioia, non credono alle loro orecchie. I grandi complessi parrebbe che si stiano avviando verso il suicidio (ma è solo apparente, per non pagare "dazio") e loro stanno crescendo in competitività, in termini di profitti, e si stanno allargando a macchia d'olio sull'intero Paese che non aspettava altro.
A pagare a caro prezzo questa trasformazione sono i lavoratori dipendenti e tutte le categorie a stipendio fisso, quindi compresi gli impiegati.(finito questo biennio, fino al 1981 si "viaggia" in Italia con una media inflazionistica annua del 16-18%; cioè sono dolori anche per i colletti bianchi).
Territori a vocazione contadina si trasformano tutti in ambienti di piccoli imprenditori. Nascono i sottoscala, i piccoli capannoni, le case diventano laboratori, e gli italiani intraprendenti tutti a lavorare come nella prima rivoluzione industriale, 14 -16 ore al giorno come negri, ma questa volta spinti da un forma masochista che paga, procura / dane', i schei, le palanche, i soldi, il benessere; e presto diventa una vera e propria "malattia". Tutti a testa bassa. Una cultura questa che si diffonde, e che paradossalmente porta perfino a fare a meno della scuola. Le Università ora sono libere a tutti, ma 92 su 100 ci provano a fare qualche anno poi buttano la spugna. La scuola di classe ha partorito abilmente e demagogicamente gli illusi, i rinunciatari non si contano. Abituati i figli a vedere soldi facili, preferiscono subito continuare la strada dell'opulenza tracciata dal padre che molto spesso ha meno scuole del figlio, e ha sulla bocca il solito ritornello "guarda me, con solo le elementari, dove sono arrivato"...
Dunque un boom. Nascono ovunque supermercati, magazzini di vestiario, artigiani di maglie e maglioni, di biancheria, di scarpe e scarponi uno dietro l'altro, sarti che diventano subito industriali (pardon stilisti); ex confezionatori di scatolette di sapone in polvere diventano industriali chimici; ex pescatori, proprietari di alberghi e di stabilimenti balneari, e via verso quello straripamento di piccole aziende marginali. C'è' in crescendo tutto il terziario di massa.
Diffuso è poi il desiderio della proprietà' immobiliare, che viene subito soddisfatto con delle agevolazioni da capogiro, 1% sui mutui casa, comprese quelle al mare. Si concedono in un anno licenze per 6 milioni di vani, e tutto l'indotto spesso rabberciato e poco qualificato va alle stelle, sbanca l'economia. Il Pil del Terziario (ufficiale) per la prima volta nella storia d'Italia supera quello industriale, il 39,8 contro il 39,7, e presto lo supererà perfino con gli addetti, ha ora il 38,4% contro 44,4%, ma in dieci anni si porterà1 al 50,9% contro il 36,3%. Sta iniziando insomma in questo fine Anni Sessanta, un'altra Italia.
E il "proletariato"? Scomparso! E se sulla costa romagnola, ligure, toscana, veneta, friulana, si vendevano (si svendevano) i terreni delle vecchie colonie fasciste o demaniali o comunali come le noccioline firmando una barca di cambiali e mutui con le locali compiacenti banche (di partito), a Torino usando invece camion di cambiali e mutui, venivano concesse nel corso dell'anno 80.000 licenze di costruzioni; di più' che a Parigi e Londra messe insieme...
E chi non era già salito "sul carro", nel vedere l'amico o il parente catapultato nel benessere per il solo fatto di avere iniziata una qualsiasi ed estemporanea attività, non si disperava più di tanto, anche lui aspettava la sua occasione. Che per molti, moltissimi venne. I 170 venditori ricordati sopra di quella famosa ditta tedesca, entrati come dipendenti, dopo pochi anni (4) diventarono 170 imprenditori autonomi, con auto, magazzini, e la sede locale per proprio conto. L'azienda vendeva comunque, anzi più di prima, ma non aveva più 170 stipendi da pagare. Bene per l'azienda e bene per i dipendenti. L'azienda come si dice in questi casi, ebbe la moglie ubriaca e la botte piena. Infatti sotto la spinta utilitaristica i 170 mica facevano più le visite-vendita a vuoto, le facevano mirate e oculate non come quando erano dipendenti. Risultato: nell'azienda in due anni ci fu il raddoppio del fatturato, non aumentando i dipendenti ma eliminandoli del tutto. E gli ex dipendenti guadagnarono il quadruplo e anche il sestuplo. Cioè il plusvalore maggiore andava nelle tasche dell'ex dipendente, perche' era la distribuzione che costava. Marx questo non lo aveva proprio previsto, (qualcosa aveva accennato: che il capitale avrebbe trasformato la dignità umana in mercé di scambio. E sta avvenendo proprio questo: molti credono che ogni uomo ha un prezzo, ed entrati in questa ottica dimostrano che anch'essi hanno un prezzo, e prima o dopo qualcuno se li compra).
Il modello "lavoratore sociale" andava bene come idea, è del resto quello che desidera ogni uomo in ossequio ai comandamenti cristiani (platonici) o sotto la spinta di un sentimento privilegiato (o ideologico quando ci sono "tempeste"
sociali), ma il modello "lavoratore imprenditore", "lavoratore proprietario", (si dissero una buona parte degli italiani a se stessi) era meglio; ci si avvicinava subito al modello edonistico "americano", all'utilitarismo ricardiano liberista e non al collettivismo stalinista comunista o maoista.
Sulla "rossa" Costa Romagnola queste idee in questo 1969 erano già molto chiare. Gli albergatori in inverno andavano a caccia nei Paesi dell'Est, facevano tante spedizioni in Russia, osservavano con curiosità i kolchoz, ma poi andavano a vedere com'erano fatti gli alberghi a Miami Beach. Il sig. Amati rientrò a Rimini e si mise in testa di costruire nel suo albergo anche la piscina (la prima su tutta la costa romagnola). Lo presero per pazzo "ma come siamo sul mare!?" dicevano gli altri. E lui, "non vi preoccupate, gli italiani non sono ne' russi ne' cinesi, vogliono fare gli americani, aspettate un paio d'anni e vedrete chi ha ragione. Non basta più' la pensioncina, bisogna creare il lusso, il divertimentificio, il paese dei balocchi" Quando il suo albergo con piscina cominciò a fare il tutto esaurito già a dicembre, allora capirono tutti cosa bisognava fare, e si adeguarono. Come?
In Romagna in questo 1969, le banche non avevano cassetti pieni di cambiali, avevano degli scaffali, dei saloni interi per riporle. montagne di pagherò con dietro dieci girate. In pochi anni tutte onorate dagli ex pescatori, in breve tempo proprietari di alberghi sempre sempre più grandi.
Al ritorno dai viaggi, alla sera, nei bar, o dentro le prime loro associazioni, fra i neo-albergatori, si poteva tastare il polso di questa nuova Italia che stava nascendo: liste zeppe di prenotazioni per i bagni di mare e di sole, e non bagni di sangue rivoluzionario e "Soli dell'Avvenire". Erano queste riunioni i veri sistemi informativi, finanziari economici e politici dell'Italia 1969. Alta scuola! Migliore di qualsiasi Università' di Economia e Commercio, di Scienze Politiche o di Sociologia, e di qualsiasi sede politica parlamentare dove si stavano facendo le semplicistiche "operazioni chirurgiche" della programmazione economica o le "nuove svolte" politiche (i centrosinistra zoppi).
Leggere in questo periodo gli opuscoli di Toni Negri o i fogli di Lotta Continua di Sofri, e poi guardare l'esplosione produttiva autonoma dei Veneti (cattolici ex contadini ma in un balzo subito a vocazione imprenditoriale) romagnoli o marchigiani (comunisti ex pescatori ma anche loro con in comune la stessa vocazione imprenditoriale) ecc. ecc. viene da sorridere; comparando certe ideologie con la realta1, sembrano scritti in un altra epoca. Uno storico del 2100 non ci si raccapezzerebbe nel leggere le une e contemporaneamente le altre.
A Bellaria (la preferita dagli operai Fiat) l'Albergo Margherita e tanti altri chiedono in questa estate 1969,1100-1300 lire al giorno . La metà di quanto si prende a Torino con la cassa integrazione (2400 lire). Basta questo dato per capire tutto il resto. Che gli italiani non erano ne' cinesi ne' russi. La vera Italia si stava sempre di più allontanando dal fascismo tradizionale e dal progressismo socialista. Il contesto sociale era mutato, si era unificato. Le differenze tra fascisti e antifascisti erano culturalmente, psicologicamente e anche fisicamente intercambiabili. Stava nascendo la "cultura di massa" che sbarazzandosi di quella ecclesiastica, moralistica e patriottica sempre di più' veniva catturata dalle nuove "leggi" della "nuova cultura", permissiva, tollerante; quella del consumo.
liberamente tratto da
http://cronologia.leonardo.it/storia/al969bhtm
giovedì 13 gennaio 2011
Italia '61
Le mostre
Le Manifestazioni celebrative del Centenario si imperniano sulle tre Mostre principali che, programmate ed avviate dal Comitato Promotore Torinese, passarono successivamente a carico del Comitato Nazionale; ma nello stesso periodo il Comitato Torino '61 ne patrocino' numerose altre collaterali: la Mostra Filatelica, che ebbe vasta risonanza e fu allestita congiuntamente al Comitato Nazionale ed alla Cassa di Risparmio, la Mostra Nazionale di Pittura C.I.P.A., la Mostra biennale Pittori d'Oggi Francia - Italia, la Mostra del Mobile artistico piemontese, la Mostra della Calzatura e Pelletteria, l'Esposizione Internazionale Canina e l'Esposizione Internazionale Felina.
Ma tre in effetti furono le iniziative di grande impegno e di eccezionale interesse promosse dal Comitato Torino '61:
In una rassegna storica e sociale degli ultimi 100 anni di vita italiana non poteva mancare un capitolo dedicato alla Moda; l'opportunita' di una mostra del genere fu sentita dal Comitato Torino '61 che, in base ad un bilancio precedentemente approvato, affido' l'alto e impegnativo compito al Cavaliere del Lavoro Pininfarina, con la piu' ampia liberta' d'azione. Egli si prefisse di realizzare una mostra di concezione nuova che avesse un'impostazione inedita ed originale e rappresentasse una svolta nella storia delle esposizioni.
Il tema iniziale della moda in genere fu esteso in "Moda, Stile, Costume", che offri' in tal modo un campo piu' ampio e concezioni piu' vaste per rappresentare il gusto e le espressioni dei mille motivi della vita contemporanea, dal turismo al lavoro, dallo sport allo spettacolo.
L'Esposizione si propose di illustrare quindi, per grandi pubblici e per elites raffinate, temi ispirati alla Moda, Stile, Costume, che hanno caratterizzato la vita civile italiana dal 1900 ad oggi, evitando intenzionalmente fatti storici, militari e politici.
Il Cav. del Lav. Pininfarina scelse personalmente i suoi collaboratori e si avvalse dell'opera di un gruppo di architetti capeggiati dal Prof. Cavallari-Murat.
La Mostra, organizzata a tempo di primato in quattro mesi, fu allestita nel Palazzo delle Mostre nel comprensorio di Italia '61 e venne inaugurata il 9 giugno 1961 dal Ministro Andreotti in rappresentanza del Governo.
Nei 14.000 metri quadrati del Salone, la Mostra Moda, Stile, Costume venne suddivisa in 5 temi fondamentali: La Moda Le Arti Figurative Le Arti Applicate Teatro-Cinema-Balletto, La Letteratura
ed in 12 sezioni:
Figura Rosa e nero, Forme Pure e Dimensioni Architettura Parametrica Compasso d'oro Il Pane Il Turismo lo Sport Il 1999 Le Grandi Esposizioni I Gioielli Affissi Murali. Oltre 500 cimeli, quadri di autori famosi, gioielli vennero richiesti ed ottenuti da musei e collezioni private, per un valore che si aggirava sui 10 miliardi; i soli gioielli vennero assicurati per tre miliardi.
Il settore "Moda" fu ripartito in quattro enormi vetrine, una per ciascuna delle seguenti epoche: 1900-1913, 1925-1935, 1935-1947, praticamente dal primo novecento al "new-look" di Christian Dior.
Questo quattro grandi periodi furono illustrati con i pezzi piu' rari e significativi appartenenti ai grandi nomi dell'aristocrazia ed alle personalita' di maggior rilievo del mondo dello spettacolo.
Me' furono trascurati diversi settori della moda minore, attraverso una curiosa esemplificazione di cappelli, ombrelli, scarpe, profumi, ecc.
La sezione delle "Arti Fiugurative" e delle "Arti Applicate" traccio' un conciso panorama delle tendenze pittoriche e di scultura del nostro secolo: realismo e futurismo, la metafisica, l'espressionismo, l'astrattismo, l'informale. Gli ordinatori posero in confronto visivo le opere d'arte ed i prodotti dell'artigianato e dell'industria.
L'itinerario dello spettacolo dal 1900 ad oggi, fu ordinato in tre settori: "Teatro-Cinema-Balletto".
Del primo si ricordo' l'esordio contrastato del teatro libero di Antoine a Parigi, la parentesi dell'espressionismo, passando quindi dai grotteschi e dalle correnti spirituali alla nuova corrente del realismo. Per il Cinema il cammino ebbe inizio con la retorica di "Cabiria" per giungere, attraverso l'antiretorica di "Sperduti nel buio" e "Assunta Spina", al realismo. Per il settore della "Letteratura" si raccolsero numerose testimonianze letterarie tendenti a stabilire un rapporto diretto tra il pubblico e la letteratura. Il pubblico, in piena liberta' di scelta, pote' leggere, su gigantesche pagine di otto libri, brani di opere di prosatori dell'ultimo 800 sino ai maggiori contemporanei stranieri ed italiani ed ascoltare, premendo i tasti di due juke-boxes, la voce autentica di poeti e di fini dicitori illustri: Carducci, Pascoli, Pavese, Montale, Trilussa, Quasimodo.
"Figura": blanda avventura disegnata di quindici chilometri di velo sotto l'invito ambiguo ed affascinante di dterminare una forma-figura.
Magia, spiritismo, superstizione, psicanalisi, frivolezze furono i temi trattati nell'interessante padiglione "Rosa e Nero" intesi quale espressione di un convenzionalismo cosi' potente, a volte, da sovvertire costumi e gusti.
Nel settore "Forme Pure e Dimensioni" furono presentati, oltre a documenti fotografici, alcuni interessanti modelli di forme geometriche pure, derivate da espressioni grafiche di equazioni matematiche.
"L'Architettura Parametrica" si pose come una disciplina tendente ad immettere nel vivo della struttura del pensiero attuale, specie se scientifico, i fenomeni dell'architettura e dell'urbanistica.
Il "Compasso d'Oro" concorso destinato a premiare i migliori progettisti dell'industrial design, radunava le opere premiate dall'inizio del concorso ad oggi.
Curiosissima inoltre la mostra del "Pane", con tremila diverse forme in uso nelle varie regioni italiane e laboriosamente radunate per significare che anche nell'artigianato piu' umile esistono analogie con i gusti correnti e con l'arte del momento.
Su uno sfondo lungo 60 metri, raffigurante un convoglio di tutti i mezzi di trasporto, il racconto del "Turismo" si articolo' nei suoi nuclei piu' evidenti: dalla gondola al panfilo, dalla carrozza letto alla capsula spaziale, dal turismo romantico a quello di domani, l'astronautica.
Insieme al turismo fu presentato o "Sport", uno dei fenomeni piu' vasti del nostro tempo. Nella Mostra risulto' il contrasto tra gli aspetti tradizionali di un determinato sport e le successive modifiche e meccanizzazioni.
Per il "1999" furono scelte, tra le infinite possibili, alcune immagini sul filo del paradosso, che riflettessero, con immediatezza e nel contempo con una sfumatura di ironia, l'allucinante suggestione dell'epoca verso la quale siamo proiettati.
A ricordo delle "Esposizioni" passate, di importanza mondiale, furono scelti i cataloghi delle esposizioni del 1900, 1925, 1935, 1958, cioe' le epoche "liberty", "cubista", "novecento", ed Expo' 1958" come simboli di un costume e di un gusto transitorio.
Ampia e ben documentata fu la rassegna dell'"Affisso Murale", il segno pubblicitario piu' diffuso, che si valse di autentiche opera d'arte delle piu' note firme europee.
La Mostra rappresento' un'opera originale, fantasiosa e stimolante, che unendo la sottile poesia dei ricordi al fascino delle cose ignote di un futuro gia' cominciato, seppe mettere in evidenza la vera sostanza dell'uomo, senza immergersi nel convenzionalismo e nel gratuito. Raccontandoci le passioni, le infatuazioni e òa genialita' di questo secolo, attraverso le innumerevoli testimonianze della moda, dello stile e del costume, seppe darci cosi' l'esatta misura dell'uomo nel suo tempo. La stampa e la critica internazionali seguirono con vivo interesse e sottolinearono con lusinghieri consensi la Mostra Moda, Stile e Costume, definendola una delle piu' riuscite delle celebrazioni del Centenario.
Di essa resta un vivo ricordo in un film ed in un interessantissimo volume, realizzati a carico e cura del Cav. del Lav. Pininfarina.
mercoledì 29 dicembre 2010
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