venerdì 24 giugno 2011

Enciclopedie a dispense

L'aumentata scolarizzazione, con l'introduzione della scuola media unica, unita alla scarsa diffusione e frequentazione delle librerie si combinarono con una soluzione assolutamente vincente: la vendita a dispense (quindi a piccole rate) di opere impegnative come le enciclopedie, nelle edicole.
Una vicenda esemplare del fenomeno è quella dei Fratelli Fabbri (vedi la voce corrispondente su Wikipedia) di cui riportiamo qui il periodo che ci interessa:

Negli anni sessanta la "Fratelli Fabbri Editori" raggiunge l'apice della sua fama proponendo, sempre a fascicoli distribuiti nelle edicole, l'enciclopedia illustrata "Conoscere". Nata nel 1958, l'enciclopedia sarà venduta a fascicoli nelle edicole, in 6 edizioni aggiornate, fino al 1963. I fascicoli venduti, raggiunsero l'astronomico numero di seicento milioni.
In quegli anni la casa editrice vende circa un miliardo e mezzo di dispense, pubblicate in decine di paesi e tradotte in 14 lingue, tra cui l'hindi, l'urdu, l'afrikaans, il turco e il bulgaro.
È anche la prima casa editrice italiana a mettere sul mercato prodotti multimediali: sia "Conoscere" sia "Capire" allegano supporti discografici e altre collane quali I grandi musicisti, Le Grandi Opere Liriche ,Grande storia della musica , proseguono l'esperienza anche affrontando problematiche sconosciute per l'epoca. Ad esempio, I grandi musicisti, al fine di rientrare nel packaging standard dell'editoria, venne commissionata alla Philips la produzione di 10 milioni di LP speciali, dal diametro di 25 centimetri.
Verso la fine degli anni sessanta, a causa della saturazione di mercato e delle agitazioni sociali, i fratelli Dino e Rino decidono di vendere le loro quote per dedicarsi ad altre attività all'estero, contrastati dal netto rifiuto del fratello maggiore.

In quegli anni il loro esempio viene seguito prontamente e le edicole si riempiono di ogni sorta di pubblicazioni, non sempre poi fatte rilegare o ultimate.

lunedì 9 maggio 2011

1960- L'anno dell'Africa

 
Con un po' di retorica, ma anche come giusto riconoscimento dell' accelerazione del processo di decolonizzazione in tutto il continente nero, il 1960 passa alla storia come l'anno dell'Africa". Ben diciassette Stati africani ottengono l'indipendenza ed entrano a far parte a pieno titolo della comunità internazionale. La decolonizzazione dell Africa diviene una realtà irreversibile. Restano anche dopo il 1960 "isole coloniali, oltre al grande bastione di colonialismo e razzismo nell'Africa australe i possedimenti portoghesi, Rhodesia. Namibia. Sud Africa), ma concettualmente e praticamente il sistema coloniale ha cessato di esistere in quanto tale. Non per niente il 14 dicembre di questo stesso 1960 l'Assemblea generale dell'ONU approva a larga maggioranza una risoluzione che condanna il colonialismo in tutte le sue forme definendolo contrario ai principi generali delle Nazioni Unite. Già il 1" gennaio c'è la prima cerimonia: a Yaounde., per sancire la fine dell amministrazione fiduciaria della Francia sul Camerun. Nuovo Stato, nuova bandiera, nuova sovranità. La "frana"  si produce nei mesi successivi proprio nei territori francesi. Nel 1956 i due raggruppamenti dell'Africa Occidentale (Aof) e Africa Equatoriale francese Aef  erano stati divisi in una decina di territori a cui era stata concessa una limitata autonomia interna e nel 1958,  nel referendum indetto per ratificare la Costituzione della V Repubblica, tutti — fatta salva la sola Guinea, che aveva votato "no", optando per la sovranità immediata — avevano votato per il mantenimento di un rapporto di tipo "comunitario (di fatto coloniale) con la Francia. Ma la Comunità franco-africana che De Gaulle si è illuso di lanciare come una specie di Commonwealth alla francese (rispetto al colonialismo inglese, il colonialismo francese ha puntato sull'assimilazione e più stretta è dunque la connessione in termini politici, economici e persino culturali fra i possedimenti francesi e la metropoli)  non riesce ad affermarsi e a durare.  Valendosi di una loro facoltà, via via tutti i governi dei territori della Comunità chiedono di negoziare l'indipendenza e nello spazio di pochi mesi, dal 20 giugno al 28 novembre, i Paesi dell Aof e dellAef. più il Madagascar. che non è membro né dell'uno né dell'altro gruppo, diventano indipendenti: fra di essi il Senegal. la Costa d'Avorio, il Gabon. il Ciad. Altri territori — oltre ai possedimenti francesi — ottengono l' indipendenza nel 1960: la Somalia, il Congo belga e la Nigeria. La Somalia è stata assegnata dall'Onu in amministrazione fiduciaria all'Italia fino al I960 e il governo italiano tiene fede all' impegno e ai tempi concordati. Al momento dell'indipendenza ( 1° luglio), l'ex- Somalia italiana decide la fusione immediata con il Somaliland britannico, pure pervenuto all'indipendenza, dando una prima attuazione al programma pansomalo. La Nigeria approda all'indipendenza il 1" ottobre dopo una complicata procedura costituzionale che ha cercato di conciliare — con un sistema federale basato sulle tre grandi regioni geografiche ed etniche in cui lo Stato è a quest'epoca diviso — l'unità e le particolarità locali. Forte di una popolazione valutata in 50 milioni di abitanti, la Nigeria, il "gigante nero", è destinata a diventare la grande potenza del continente, ma per alcuni anni (ci sarà anche la parentesi della lunga e dolorosa guerra civile seguita alla secessione del Biafra) l' assestamento sarà difficile e la sua possibilità di influenza sulla politica africana risulterà limitata. Quanto al Congo, la sua indipendenza (30 giugno) dà origine, senza soluzione di continuità, a una crisi di proporzioni internazionali: secessione del Katanga,  intervento delle truppe belghe,  invio di una forza dell'Onu. sfacelo delle istituzioni inteme.

Il giudizio che si può dare dell "anno del-l'Africa", con la prospettiva storica che è ora possibile, è assai critico. Quasi tutte le indipendenze vengono più concesse che conquistate: i governi coloniali — con l' esclusione del Portogallo, che oppone nazionalismo a nazionalismo - assecondano nel complesso il processo verso l' indipendenza per prevenire fenomeni di radicalizzazione sull' esempio dell Algeria, assicurandosi che il trapasso dei poteri vada a beneficio di governi, espressione di classi dirigenti fidate, controllabili, in grado di gestire il "neocolonialismo". È il caso soprattutto delle ex colonie francesi. Nel Congo, il tentativo di Lumumba di dare inizio — sia pure senza la preparazione politica che sarebbe necessaria — a un programma che possa rendere effettiva. se non addirittura "rivoluzionaria', l'indipendenza, finisce in una tragedia. Proprio i fatti congolesi dimostrano che l' Africa è ancora "sotto tutela".

Nell'interesse del sistema dominante, l' Africa deve graduare la sua liberazione per non sovvertire troppo drasticamente i rapporti di forza, e a questo scopo sono funzionali, sostenendosi a vicenda, sia l'ipoteca coloniale negli Stati promossi all'indipendenza, sia il colonialismo diretto nelle regioni dove sono concentrate le maggiori ricchezze e dove vivono le più compatte comunità di origine europea.

(Giampaolo Calchi Novati)

professore ordinario presso il dipartimento di studi politici e sociali dell’Università degli Studi di Pavia

Fonte: 30 anni della nostra storia ERI 1984

giovedì 14 aprile 2011

Complesso militare-industriale



Nel suo discorso d'addio il presidente degli Stati Uniti, mette in guardia la nazione contro lo strapotere del "complesso militare-industriale", espressione usata qui per la prima volta

Eisenhower's Farewell Address Jan 17, 1961

martedì 5 aprile 2011

Critica militante


Il testo è stato portato in scena di recente dalla regista Monica Conti (forse in occasione del centenario ).
Quello che ci interessa in questa sede è riportare un testo di critica dell'epoca, che potremmo definire militante e non accomodante, tanto per far sentire lo spirito del 1969.

Mutande (Le)
di Karl Sternheim
La Notte, 28 marzo 1969
Salvo errori ed omissioni, questa medesima commedia dal titolo che è tutta una promessa di palpabili godurie: Le mutande (da donna, beninteso!) l’abbiamo vista alcune estati fa all’Odeon, a firma Gigi Lunari, recitata in  milanese annacquato da Piero Mazzarella e Tino Scotti, sotto la dizione – oh, finezza! – ingentilita dal diminutivo e involgarita dal plurale: Per un paio di mutandine. Allora, dava il suono di una ritardataria pochade dialettale, fatta alla buona con materiali casalinghi unicamente per il refrigerio serotino dei bravi meneghini con le mogli al mare, rimasti nell’asfalto della città ad arrostirsi. Ora che la si dà nuovamente, sullo stesso palcoscenico, dalla Compagnia Fortunato-Fantoni, possiamo rivelare che, in realtà, si tratta di un copione germanico preespressionista, scritto dall’ebreo tedesco Karl Sternheim, qualcosa come cinquantotto anni fa, nel 1911; a intenzione crudamente satirica, figurante quale prima giornata di una trilogia che racconta la storia di una famiglia piccolo-borghese, morsa dalla tarantola dell’ascesa sociale; e che, lungo un sardonico itinerario di compromessi, ipocrisie, do ut des, colpi bassi e via discorrendo, un gradino dopo l’altro, dà la scalata alla ricchezza, alla considerazione morale, alla potenza economica, fino ad assidersi al banchetto del grande mandarinato industriale che dominava la Germania guglielmina ante prima guerra mondiale: quello, sapete, che da un verso fabbricava le bambole di porcellana che chiudevano gli occhi; e, dall’altro, i cannoni più potenti del mondo da accatastare in casa per il momento buono, battezzandoli col nome gentile delle signorine Krupp.
Quella dello Sternheim è una satira del sistema fatta, come si direbbe oggidì, da un “integrato”, all’interno del sistema stesso; era figlio di un banchiere, pensate un po’. Satira della borghesia compiuta da un borghese, in altre parole: uno dei tanti cadetti ribelli, i contestatori del tempo, nulla è nuovo sotto la volta celeste. Feroce critica sociale non priva di teutonica pesantezza, sferrata non da un punto di vista marxistico, bensì da una concezione irrimediabilmente pessimistica dell’uomo, per sua natura egoista, disumano, brutale, e privo di scrupoli e incoronato di falsi idealismi inconcludenti.
Si tratta, se vogliamo, di una tipica posizione naturalistica. E se si è parlato piuttosto sforzatamente di espressionismo è stato per una metà dovuto alla tendenza, tipica di quel movimento, di annettersi il maggior numero possibile di territori limitrofi; e, per l’altra metà, a causa, effettivamente, di taluni innegabili caratteri di lontana parentela – successe la stessa cosa, in un ambito immensamente più elevato ed esteso, ad August Strindberg –: la esasperazione, tipicizzata fino all’inverosimile, dei personaggi, analoga, per intenderci, allo scorticante libellismo caricaturale dei disegni di Grosz; la icastica condensazione della scrittura, la deformazione parodistico-sarcastica delle azioni e del dialogo, spinti all’assurdo e così via. Mi rendo conto che sessant’anni fa la commedia possa essere apparsa scandalisticamente coraggiosa, un colpo d’ariete contro l’ottusa immobilità bempensante. Ma sessant’anni sono molti anche per una commedia celebre, d’una celebrità sulla quale, poi, non è nemmeno il caso di esagerare. Benché sfiorita, quella che conserva ancora è una certa carica aggressiva di eloquio.
Quanto al motivo che la mette in moto, figurarsi, in tempi di minigonna con biancheria disotto assente, che effetto può ancora fare l’incidente di una signora che, durante una cerimonia, perde le mutande. Ciò basta a circonfondere la protagonista e il suo ambiente di un’aura di elettrizzante esaltazione scandalosa, con tutta un’efflorescenza di sogni di gloria peccaminosa e di fantasie erotiche e romantiche, approdanti al più banale e squallido nulla di fatto nella realtà, a scorno ed onta di una meschina umanità sulla quale trionfa, tronfio e inconsapevole del pericolo corso, il meschino marito, impiegatuccio tutto intento al piccolo cabotaggio dei suoi miserevoli interessi pratici e arrampicatorii ai primi passi. Che, poi, alla resa dei conti si riducono ad affittar bene due camere ammobiliate, a “farsi” una zitella brutta come la notte e a potersi, finalmente, permettere il lusso di render madre la propria moglie, ed è la sola – o quasi – unghiata veramente sardonica che sopravvive nel copione.
Che l’autore, personalmente, si ritenesse il Molière della Germania, pazienza, affari suoi, sono i misteri dell’anima teutonica; ciò che riesce incredibile prima ancora che ridicolo è leggere a caratteri di scatola attraverso la “locandina” dello spettacolo che egli “sventolando la biancheria intima di una signora aggredisce con grottesca comicità la società borghese e apre la strada a Brecht”. Testuale! Ma che, scherziamo? E Becque e Ibsen e Strindberg e lo stesso nostro Praga, allora? Mah, follie da impegnati.
Il regista Luca Ronconi – scene e costumi, assai gustosi, sono di Enrico Job – ha preso alla lettera l’iperbole paradigmatica del copione, tradotto da Giorgio Zampa, imprimendogli il sopratono, alla lunga monotono, di una violenta frenesia farsesca; in ciò secondato a dovere da Sergio Fantoni eccellente artefice del ritratto denigratorio d’un’anima volgare; da Valentina Fortunato costretta tutta la sera ad aggirarsi in un assurdo grottesco, dalla lepidissima Pina Cei, applaudita a scena aperta, dall’elettrico Antonio Casagrande e dall’epilettico Roberto Herlitzka, in un tour de force massacrante. Il pubblico c’è stato e quindi tutto in regola.
© Sipario 2011

lunedì 4 aprile 2011

Miracolo economico


L'Italia che cambia from fuori quadro on Vimeo.

Lo sviluppo dovuto alla ricostruzione post-bellica porta, negli anni '50, alla piena occupazione, alla stabilità monetaria, ad un favorevole assestamento della bilancia dei pagamenti con l'estero e all'espansione dei consumi privati; il concorso di tutti questi fattori fa sì che, all'inizio dei '60, si assiste ad uno sviluppo vertiginoso dell'economia e zone come Carpi , prima solo agricole e di emigrazione, sviluppano una vocazione industriale "alla cinese".
Come descritto dal filmato, infatti, l 'imprenditore tipo carpigiano parte da ambulante, poi si mette in proprio, decentra il lavoro alle magliaie che lavorano a casa propria e raccoglie settimanalmente dai 40 ai 50 capi che vengono poi rifiniti in fabbrica; man mano che le richieste aumentano, la fabbrica si ingrandisce fino ad avere un centinaio di operaie.
Sia le interne che le esterne guadagnano circa 60.000 lire al mese e la conduzione familiare dell'azienda consente di non ricorrere a retribuzioni di personale esterno, consentendo forti economie di scala e flessibilità nella produzione.
Il limite di tale modello è che non si investe in ricerca e sviluppo o in marketing e distribuzione, ma, come è poi successo, con la delocalizzazione e la globalizzazione si finisce poi con l' essere espulsi dal mercato.


giovedì 24 marzo 2011

1969, Gheddafi prende il potere


Fine anni sessanta: un colpo di Stato in Africa e nel mondo arabo non fa notizia, ma si tratta di un Paese che è stato possedimento italiano e la personalità del colonnello che (dopo le prime incertezze emerge come il rais. il capo della rivoluzione, presenta caratteristiche non comuni. È così che la rivoluzione degli "ufficiali liberi" libici, autori il 1° settembre 1969 di un colpo di Stato classico, incomincia a essere seguita con interesse in Italia e nel mondo. E interesse desta soprattutto il presidente del Consiglio del comando della rivoluzione che ha rovesciato re Idris e la monarchia. Muhammar Gheddafi. molto giovane, molto ascetico, molto radicale, ma sconosciuto a tutti. Chi è Gheddafi? È una domanda» che neppure a distanza di tempo, nonostante i libri dedicati alla Libia rivoluzionaria e le biografie del suo leader, ha trovato una risposta convincente.
Di certo c'è solo che nel frattempo Gheddafi è diventato un protagonista, persino oltre i limiti oggettivi propri di un Paese con i mezzi umani. economici e tecnici della Libia.
Nel 1969 la Libia non è un Paese facile da descrivere e da decifrare: un Paese arretratissimo. con un immenso territorio semi-spopolato, con enormi somme a disposizione grazie al petrolio ma privo di quadri e di strutture sociali per utilizzare al meglio quella rendita ai fini di una politica di sviluppo. Re Idris, che è stato uno del protagonisti della resistenza anticoloniale,. appartiene a una classe e a una generazione che non hanno più molto da dire nel inondo arabo post-coloniale. Gheddafi e i suoi possono presentarsi a buon diritto come gli interpreti di una corrente che anche altrove sta prevalendo a spese del "vecchio” ordine .
Ma proprio l' insistito parallelo con Nasser — che Gheddafi vede come una specie di legittimazione valida per la Libia e per il mondo arabo — rischia di essere deviante, date le differenze fra Egitto e Libia e dato soprattutto il distacco che intercorre tra la rivoluzione libica del 1969 e la rivoluzione egiziana del 1952. I due grandi elementi di ispirazione dell'azione rivoluzionaria di Gheddafi sono il nazionalismo e la religione. Data la storia del popolo arabo, e dello stesso popolo libico, quei due elementi sono del resto strettamente associati, in ragione della funzione svolta dall' Islam in tutte le fasi dell' emancipazione nazionale. Per Gheddafi, però la dimensione a cui applicare quei valori non è circoscritta ai confini libici. Per questo Gheddafi — benché con poca fortuna — cerca di unificare la Libia con i Paesi vicini, rivolgendosi di volta m volta ali Egitto. al Sudan, alla Tunisia. Presentendo che la Libia è insufficiente alla sua leadership e alla carica della rivoluzione di cui è l' animatore, Gheddafi in un certo senso mette in palio la scomparsa della Libia pur di far avanzare un disegno di "liberazione" per tutto il mondo arabo e per tutto l' universo islamico. Islam e nazionalismo sono alla base anche della teoria della "terza via” che Gheddafi eleva a sistema per la sua rivoluzione e che codifica nel famoso Libro Verde.
Terza rispetto da una parte al capitalismo e dall'altra al collettivismo, ma orientata, per esplicita affermazione, al socialismo, appunto il "socialismo islamico" o "coranico ". un socialismo egalitario. partecipativo. che rifiuta l'interpretazione materialistica della storia e la lotta di classe. Non si può dire che tutti i presupposti ideologici nella pratica sono stati soddisfatti. Dovendo realizzare insieme la modernizzazione e la trasformazione della società, l'operazione si rivela quanto mai difficile, tanto più in una società dispersa come quella libica, toccala da una crescita tumultuosa, lacerata nei suoi valori originali dall'improvvisa ricchezza del petrolio. Da qui gli ondeggiamenti e le contraddizioni. Anche la concezione della leadership è stata rinnovala da Gheddafi. cosciente dei rischi di una direzione carismatica fine a se stessa, con una ardita alternanza fra "culto della personalità e "rivoluzione culturale" permanente allo scopo di coinvolgere il popolo tutto.
La rivoluzione libica ha effetti sconvolgenti nel Mediterraneo e nel Terzo Mondo per le iniziative del suo capo. Dopo i flirt a prima vista con l'Egitto di Nasser. anche i rapporti con i Paesi arabi sono spesso burrascosi. A Gheddafi si attribuisce una vocazione egemonica nei confronti dei Paesi a sud del Sahara e i suoi interventi nel Ciad sembrano essere una conferma. Sempre più cattivi si faranno col tempo i rapporti con gli Stati Uniti. che in certi periodi arriveranno a considerare la Libia
uno dei fattori eversivi principali a livello mondiale. Gheddafi si indirizzerà così verso un'alleanza impropria con l'Urss. che tuttavia non darà mai l' impressione di voler coprire tutte e sempre le politiche del colonnello. Resta il rapporto con l'India di odio-amore, di necessità, pieno di controversie, eppure più forte di tutte le crisi e di tutti gli strappi.

Giampaolo Calchi .Novati in 30 anni della nostra storia, 1969 p.31

domenica 13 febbraio 2011

Materialismo spicciolo



Nel 1960 l'ITALIA conta 50.045.000 ABITANTI  di cui Attivi 19.367.000 (38,7%), ripartiti in Agricoltura 29,1%, Industria 40,6%, Servizi 30,3 %
(per la prima volta l'industria e i servizi superano gli addetti all'agricoltura)
II prodotto lordo: Agricoltura 12,5% Industria 38,6%, Terziario 37,5%, Amministrazione pubblica 11,4 %
Nella popolazione italiana quelli  non attivi 30.678.000 ( 61,3 %).

Stipendio di un operaio circa 47.000 (30.000 un contadino, 12.000 una mondina) Costo giornale £ 30. Biglietto del Tram £ 35. Tazzina Caffè £ 50- Pane £ 140 al kg. Latte £ 90. Vino al litro £ 130. Pasta al kg £. 200. Riso la kg £ 175. Carne di Manzo
al kg. £ 1400. Zucchero al kg £ 245. Benzina £ 120.1 grammo di Oro £ 835. Un giorno di pensione tutto compreso a Rimini costa lire 600 (dall'Annuario Enit).
La paga oraria di un operaio è di 144 lire all'ora. Può acquistare con queste lire due etti di mortadella che costano 72 lire l'etto (quella più venduta (60%) marca Galbani, bollino rosso.c'é poi il bollino verde a lire 50 l'etto (30%) e i più
spendaccioni acquistano quella bollino oro, 90-100 lire etto.
(c'era il "miracolo" ma molti dicono che il "miracolo" era lo stare in piedi al lavoro 8-10 ore mangiando solo mortadella o la frittata di un uovo).

Nel 1969, alla fine del decennio,il governo i sindacati impongono orari, salarì, festività, commissioni interne, alle grandi imprese ed è una manna per i piccoli improvvisati imprenditori; si fregano le mani dalla gioia, non credono alle loro orecchie. I grandi complessi parrebbe che si stiano avviando verso il suicidio (ma è solo apparente, per non pagare "dazio") e loro stanno crescendo in competitività, in termini di profitti, e si stanno allargando a macchia d'olio sull'intero Paese che non aspettava altro.
 A pagare a caro prezzo questa trasformazione sono i lavoratori  dipendenti e tutte le categorie a stipendio fisso, quindi compresi gli impiegati.(finito questo biennio, fino al 1981 si "viaggia" in Italia con una media inflazionistica annua del 16-18%; cioè sono dolori anche per i colletti bianchi).
Territori a vocazione contadina si trasformano tutti in ambienti di piccoli imprenditori. Nascono i sottoscala, i piccoli capannoni, le case diventano laboratori, e gli italiani intraprendenti tutti a lavorare come nella prima rivoluzione industriale, 14 -16 ore al giorno come negri, ma questa volta spinti da un forma masochista che paga, procura / dane', i schei, le palanche, i soldi, il benessere; e presto diventa una vera e propria "malattia". Tutti a testa bassa. Una cultura questa che si diffonde, e che paradossalmente porta perfino a fare a meno della scuola. Le Università ora sono libere a tutti, ma 92 su 100 ci provano a fare qualche anno poi buttano la spugna. La scuola di classe ha partorito abilmente e demagogicamente gli illusi, i rinunciatari non si contano. Abituati i figli a vedere soldi facili, preferiscono subito continuare la strada dell'opulenza tracciata dal padre che molto spesso ha meno scuole del figlio, e ha sulla bocca il solito ritornello "guarda me, con solo le elementari, dove sono arrivato"...
Dunque un boom. Nascono ovunque supermercati, magazzini di vestiario, artigiani di maglie e maglioni, di biancheria, di scarpe e scarponi uno dietro l'altro, sarti che diventano subito industriali (pardon stilisti); ex confezionatori di scatolette di sapone in polvere diventano industriali chimici; ex pescatori, proprietari di alberghi e di stabilimenti balneari, e via verso quello straripamento di piccole aziende marginali. C'è' in crescendo tutto il terziario di massa.
Diffuso è poi il desiderio della proprietà' immobiliare, che viene subito soddisfatto con delle agevolazioni da capogiro, 1% sui mutui casa, comprese quelle al mare. Si concedono in un anno licenze per 6 milioni di vani, e tutto l'indotto spesso rabberciato e poco qualificato va alle stelle, sbanca l'economia. Il Pil del Terziario (ufficiale) per la prima volta nella storia d'Italia supera quello industriale, il 39,8 contro il 39,7, e presto lo supererà perfino con gli addetti, ha ora il 38,4% contro 44,4%, ma in dieci anni si porterà1 al 50,9% contro il 36,3%. Sta iniziando insomma in questo fine Anni Sessanta, un'altra Italia.
E il "proletariato"? Scomparso! E se sulla costa romagnola, ligure, toscana, veneta, friulana, si vendevano (si svendevano) i terreni delle vecchie colonie fasciste o demaniali o comunali come le noccioline firmando una barca di cambiali e mutui con le locali compiacenti banche (di partito), a Torino usando invece camion di cambiali e mutui, venivano concesse nel corso dell'anno 80.000 licenze di costruzioni; di più' che a Parigi e Londra messe insieme...

E chi non era già salito "sul carro", nel vedere l'amico o il parente catapultato nel benessere per il solo fatto di avere iniziata una qualsiasi ed estemporanea attività, non si disperava più di tanto, anche lui aspettava la sua occasione. Che per molti, moltissimi venne. I 170 venditori ricordati sopra di quella famosa ditta tedesca, entrati come dipendenti, dopo pochi anni (4) diventarono 170 imprenditori autonomi, con auto, magazzini, e la sede locale per proprio conto. L'azienda vendeva comunque, anzi più di prima, ma non aveva più 170 stipendi da pagare. Bene per l'azienda e bene per i dipendenti. L'azienda come si dice in questi casi, ebbe la moglie ubriaca e la botte piena. Infatti sotto la spinta utilitaristica i 170 mica facevano più le visite-vendita a vuoto, le facevano mirate e oculate non come quando erano dipendenti. Risultato: nell'azienda in due anni ci fu il raddoppio del fatturato, non aumentando i dipendenti ma eliminandoli del tutto. E gli ex dipendenti guadagnarono il quadruplo e anche il sestuplo. Cioè il plusvalore maggiore andava nelle tasche dell'ex dipendente, perche' era la distribuzione che costava. Marx questo non lo aveva proprio previsto, (qualcosa aveva accennato: che il capitale avrebbe trasformato la dignità umana in mercé di scambio. E sta avvenendo proprio questo: molti credono che ogni uomo ha un prezzo, ed entrati in questa ottica dimostrano che anch'essi hanno un prezzo, e prima o dopo qualcuno se li compra).
Il    modello "lavoratore sociale" andava bene come idea, è del resto quello che desidera ogni uomo in ossequio ai comandamenti cristiani (platonici) o sotto la spinta di un sentimento privilegiato (o ideologico quando ci sono "tempeste"
sociali), ma il modello "lavoratore imprenditore", "lavoratore proprietario", (si dissero una buona parte degli italiani a se stessi) era meglio; ci si avvicinava subito al modello edonistico "americano", all'utilitarismo ricardiano liberista e non al collettivismo stalinista comunista o maoista.

Sulla "rossa" Costa Romagnola queste idee in questo 1969 erano già molto chiare. Gli albergatori in inverno andavano a caccia nei Paesi dell'Est, facevano tante spedizioni in Russia, osservavano con curiosità i kolchoz, ma poi andavano a vedere com'erano fatti gli alberghi a Miami Beach. Il sig. Amati rientrò a Rimini e si mise in testa di costruire nel suo albergo anche la piscina (la prima su tutta la costa romagnola). Lo presero per pazzo "ma come siamo sul mare!?" dicevano gli altri. E lui, "non vi preoccupate, gli italiani non sono ne' russi ne' cinesi, vogliono fare gli americani, aspettate un paio d'anni e vedrete chi ha ragione. Non basta più' la pensioncina, bisogna creare il lusso, il divertimentificio, il paese dei balocchi" Quando il suo albergo con piscina cominciò a fare il tutto esaurito già a dicembre, allora capirono tutti cosa bisognava fare, e si adeguarono. Come?
In Romagna in questo 1969, le banche non avevano cassetti pieni di cambiali, avevano degli scaffali, dei saloni interi per riporle. montagne di pagherò con dietro dieci girate. In pochi anni tutte onorate dagli ex pescatori, in breve tempo proprietari di alberghi sempre sempre più grandi.
Al ritorno dai viaggi, alla sera, nei bar, o dentro le prime loro associazioni, fra i neo-albergatori, si poteva tastare il polso di questa nuova Italia che stava nascendo: liste zeppe di prenotazioni per i bagni di mare e di sole, e non bagni di sangue rivoluzionario e "Soli dell'Avvenire". Erano queste riunioni i veri sistemi informativi, finanziari economici e politici dell'Italia 1969. Alta scuola! Migliore di qualsiasi Università' di Economia e Commercio, di Scienze Politiche o di Sociologia, e di qualsiasi sede politica parlamentare dove si stavano facendo le semplicistiche "operazioni chirurgiche" della programmazione economica o le "nuove svolte" politiche (i centrosinistra zoppi).
Leggere in questo periodo gli opuscoli di Toni Negri o i fogli di Lotta Continua di Sofri, e poi guardare l'esplosione produttiva autonoma dei Veneti (cattolici ex contadini ma in un balzo subito a vocazione imprenditoriale) romagnoli o marchigiani (comunisti ex pescatori ma anche loro con in comune la stessa vocazione imprenditoriale) ecc. ecc. viene da sorridere; comparando certe ideologie con la realta1, sembrano scritti in un altra epoca. Uno storico del 2100 non ci si raccapezzerebbe nel leggere le une e contemporaneamente le altre.
A Bellaria (la preferita dagli operai Fiat) l'Albergo Margherita e tanti altri chiedono in questa estate 1969,1100-1300 lire al giorno . La metà di quanto si prende a Torino con la cassa integrazione (2400 lire). Basta questo dato per capire tutto il resto. Che gli italiani non erano ne' cinesi ne' russi. La vera Italia si stava sempre di più allontanando dal fascismo tradizionale e dal progressismo socialista. Il contesto sociale era mutato, si era unificato. Le differenze tra fascisti e antifascisti erano culturalmente, psicologicamente e anche fisicamente intercambiabili. Stava nascendo la "cultura di massa" che sbarazzandosi di quella ecclesiastica, moralistica e patriottica sempre di più' veniva catturata dalle nuove "leggi" della "nuova cultura", permissiva, tollerante; quella del consumo.

liberamente tratto da


http://cronologia.leonardo.it/storia/al969bhtm